Blog

Psicologia dell'Atleta

La musica del calcio

Rabbia, tristezza, bisogno di caricarsi prima di una partita importante o di calmarsi per la troppa adrenalina, di sfogare la frustrazione, di isolarsi dal resto del mondo. Sono tanti gli stati d’animo che accompagnano la carriera di un calciatore e ad ognuno di essi si può abbinare una colonna sonora particolarmente adatta. Ovviamente la scelta varia da persona a persona. Proviamo però a ipotizzare quali pezzi o generi potrebbero funzionare, se non proprio per tutti, almeno per la maggior parte di noi a seconda del nostro stato d’animo.Il mister ti ha sostituito mentre stavi giocando bene, oppure non ti ha dato una maglia da titolare nonostante tu in settimana ti sia allenato alla grande. Oppure ancora hai commesso errori banali, o hai litigato con un compagno, o con l’arbitro, e te ne vai negli spogliatoi scuro in volto, e guai a chi prova ad avvicinarsi a te. Stiamo parlando di rabbia, insomma. Come smaltirla? Un’idea potrebbe essere quella di prendere a cazzotti un muro fino a spaccarlo. Ma è più facile che a spaccarsi per prima sia la mano. Un’idea stupida, insomma. Molto meglio infilarsi delle cuffie in testa e sfogarsi con la musica. Già, ma che tipo di musica? Quella classica no di certo. E nemmeno quella sdolcinata. No, in questi casi ci sta bene un bel pezzo rock, preferibilmente urlato. Ad esempio questo:Altra situazione. Questa volta non puoi prendertela con altri che con te stesso. Ti pesa sull’anima un errore decisivo come un rigore sbagliato al 90’ o un liscio difensivo che ha permesso all’attaccante avversario di segnare in totale tranquillità. Oppure un’uscita sbagliata su calcio d’angolo che ti ha fatto fare la figura del pollo davanti a tutti. Più che la rabbia, in questi casi, ti invade lo sconforto. Tutto diventa insopportabile e l’unica cosa che ti va di fare è chiuderti in camera tua, lontano da tutto e da tutti. Ci sta anche qualche lacrima, perché il calcio sarà pure una cosa che non va presa troppo sul serio, ma quando picchia fa male, caspita se fa male. Anche in questo caso, come in quello della rabbia, c’è bisogno di smaltire il veleno che ti circola in corpo. Però questa volta è sconsigliata la fretta: la tristezza, per andarsene tutta, ha bisogno di compiere per intero il suo giro dentro di noi. Quindi, più che aggredirla, conviene assecondarla. Almeno all’inizio. La colonna sonora giusta è una canzone che parli la stessa lingua del nostro stato d’animo, tanto nel testo quanto nella melodia. Insomma, servono brani dall’andamento lento e dalle parole all’altezza della situazione. Un pizzico di leggerezza è tollerata, ma a patto che sia solo un pizzico: quando è triste il cuore non ammette inganni. Una volta superata la fase critica, però, è obbligatorio reagire. E ripartire. Ecco una canzone utile per situazioni di questo tipo:Quando ci aspetta una partita molto importante, magari perché dobbiamo dimostrare qualcosa al mister, la playlist del pre-gara è fondamentale, e varia a seconda della nostra personalità. Se siamo un po’ mosci e abbiamo bisogno di caricarci, torna utile il rock, stavolta quello tutto chitarra elettrica e ritmo forsennato. Anche la musica dance ci sta bene. Se invece siamo dei tipi ansiosi quello che ci serve è un’iniezione di camomilla. In questo caso, meglio optare per un pezzo soft, la medicina più indicata per i nostri nervi tesi. Per chi ricerca l'adrenalina l'ideale è un pezzo come questo:Per gli ansiosi, invece, potrebbe funzionare bene questo:Ultima situazione. Abbiamo appena vinto la finale di un importante torneo, in campo ci siamo abbracciati come pazzi, nello spogliatoio abbiamo cantato in coro assieme al mister, che stavolta, in via del tutto eccezionale, ha rinunciato alla sua solita seriosità. Quale pezzo scegliere, nel dopo partita, per celebrare al meglio la vittoria? Fin troppo scontata l’opzione “We are The Champions”, dei Queen. In ogni caso, lo stile deve essere quello: un pezzo carico, spensierato e dal testo conosciuto, perfetto per essere cantato in coro assieme a tutti i nostri compagni, Rigorosamente a squarciagola, è ovvio.Comunque, scontato o no, non esiste un pezzo più adatto di quello per celebrare un trionfo. E allora, che “We are The Champions” sia:

Undici metri da sogno o fatali: qualche calcio di rigore passato alla storia

In fondo solo solo undici metri, una distanza ideale per colpire. Visto da fuori, il calcio di rigore dovrebbe essere poco più che una formalità: un ampio specchio di porta in cui mirare, un solo avversario da battere, nessuna interferenza al momento della conclusione. Eppure, per qualcuno, un tiro dal dischetto ha coinciso con un dramma sportivo, capace in qualche caso di macchiare un'intera carriera contrassegnata dal successo e del talento. Qualcun altro, invece, in quei fatidici undici metri ha vissuto una trasformazione di senso opposto: da buon giocatore a vero e proprio eroe. In Italia uno dei più famigerati, se non il più famigerato in assoluto, è il rigore di Roberto Baggio nella finale dei Mondiali Usa del 1994. L’Italia fu trascinata fino in fondo al torneo proprio grazie al «Divin Codino» - l'anno prima vincitore del Pallone D'Oro - che con la sua classe seppe traghettare gli Azzurri fuori da situazioni di grande difficoltà, su tutte l’ottavo di finale con la Nigeria. Eppure, in finale, al momento decisivo il fuoriclasse vicentino incredibilmente sbagliò. Palla alta sopra la traversa e titoli di coda, con il Brasile in festa e l’Italia in lacrime. Risultato: ancora oggi molti identificano il Mondiale di Baggio più con quell’errore dal dischetto che con le giocate precedenti: una vera e propria ingiustizia per un campione del suo calibro, ma un calcio di rigore può fare di questi scherzi.«Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore». Le parole di Francesco De Gregori, nella famosissima canzone “La leva calcistica della classe '68”, sono un distillato di pura saggezza sportiva. Ma è probabile che Baggio non sia trovi d’accordo con esse. E sicuramente nessuno le ha dette a Graziano Pellè e a Simone Zaza dopo il quarto di finale con la Germania nell'Europeo francese, quello disputato la scorsa estate; oppure a John Terry, storico capitano del Chelsea, che scivolò dal dischetto nella finale di Champions del 2008, vinta alla fine dal Manchester United di Cristiano Ronaldo. E l’elenco dei fallimenti dal dischetto che hanno fatto storia potrebbe continuare all’infinito.Il calcio di rigore è qualcosa che ricorda molto i duelli del far west: due avversari uno contro l’altro, attimi di attesa che sembrano lunghissimi, percezioni distorte, sudore freddo, nessuna possibilità di compromesso: o si vince o si perde. Nel calcio di rigore, però, differenza dei duelli fra cowboys, vincere il confronto non è questione di velocità, ma di concentrazione: soltanto i più lucidi se la cavano. Se non sei freddo la palla pesa come un macigno, le tue gambe diventano di piombo, la porta ti sembra piccolissima, il portiere un gigante. Insomma, tutte condizioni ideali per sbagliare.Chi pensa che i rigori siano questione di pura fortuna, una “lotteria” dove entrambi, portiere e tiratore, hanno il 50% di possibilità di successo e il 50% di fallimento, fa un grande torto ai cosiddetti specialisti, che del calcio di rigore conoscono praticamente tutti i segreti. Si sa che ogni squadra ha un rigorista designato, cioè un giocatore particolarmente freddo dagli undici metri. Può essere un attaccante, più a suo agio rispetto compagni nel mestiere di fare gol. Ma abbondano i casi di centrocampisti e addirittura di difensori rigoristi, come Marco Materazzi, che, tra gli altri contributi forniti all’Italia nel Mondiale 2006, firmò uno dei cinque rigori vincenti nella finale di Berlino vinta contro la Francia. E in quella stessa finale ci fu un altro difensore, per la precisione un terzino sinistro, che diede un’impennata alla propria carriera grazie ad un calcio di rigore: si tratta di Fabio Grosso, che, dopo aver giocato un grande Mondiale, mise la ciliegina sulla torta trasformando il rigore decisivo, l’ultimo della serie, quello che laureò l’Italia Campione del Mondo per la quarta volta.I calci di rigore possono segnare in maniera indelebile non solamente la carriera di un giocatore, ma anche la storia di una squadra. L’Italia uscì sconfitta ai calci di rigore dalla finale dei Mondiali Usa 1994 e dai quarti di finale di quelli disputati in Francia nel 1998. Gli Europei del 2000 in Olanda e Belgio sono ricordati, oltre che per la sconfitta degli Azzurri in finale con la Francia, anche per la super prestazione di Francesco Toldo nella semifinale con l’Olanda, vinta dall’Italia grazie ai tre tiri dal dischetto (di cui uno nei tempi regolamentari) parati dall’allora estremo difensore dell’Inter, schierato dal CT Dino Zoff al posto dell’infortunato Gigi Buffon. Il Milan ringraziò la cosiddetta “lotteria” dei rigori nella finale di Champions di Manchester (2003), vinta ai danni della Juventus, ma li maledisse due anni dopo al termine dell’inverosimile finale di Istanbul, contro il Liverpool, che seppe rimontare i rossoneri dopo essere andato 3-0 ed infine batterli proprio ai calci di rigore, dove il portiere polacco Jerzy Dudek si esibì in una singolarissima danza sulla linea di porta con l’obiettivo di far perdere concentrazione ai tiratori avversari. Ci riuscì.

Il Capitano

Il Capitano

10-12-2016

Secondo il regolamento del calcio, il capitano di una squadra è l’unico giocatore autorizzato a discutere con l’arbitro e gli altri ufficiali di gara. Non solo: ha anche altri compiti ufficiali derivanti dal suo ruolo, tipo quello di certificare, assieme all’altro capitano, le condizioni del terreno di gioco, e quando sia il caso di rimandare la partita (o interromperla) oppure no. Una decisione, quest’ultima, che comunque spetta sempre all’arbitro. Bene: tutto questo è la teoria. Nella pratica, sappiamo bene che le cose sono un bel po’ diverse.Punto primo: nemmeno nel paese dei sogni avviene che sia soltanto il capitano a discutere con l’arbitro e i suoi assistenti. Quante volte capita di sentire lamentarsi i compagni, l’allenatore, perfino i dirigenti dopo un fallo non fischiato, un rigore non assegnato, un’ammonizione giudicata ingiusta? Nel calcio parlano – e si lagnano – tutti, questa è la verità, anche se tutto ciò è sbagliato e fastidioso.Punto secondo, il più importante: è riduttivo considerare il capitano come il semplice portavoce di una squadra. Molto riduttivo. Pensiamo ai grandi capitani del calcio professionistico, quelli del presente e quelli del passato. Davvero gente come Javier Zanetti, Alex Del Piero, Paolo Maldini, Francesco Totti, Gigi Buffon, Sergio Ramos erano e sono semplicemente gli unici giocatori in campo autorizzati a parlare con l’arbitro? Se diceste una cosa del genere ad un vero appassionato di calcio, magari pure tifoso sfegatato, è probabile che vi prenderebbe a male parole. Se non peggio.Il capitano è un’infinità di cose. Un simbolo, innanzitutto, colui che più di ogni altro rappresenta la squadra di cui fa parte. Per tornare ai giocatori citati in precedenza - i vari Del Piero, Ramos Totti, ecc. – di loro si dice comunemente che sono delle “bandiere”. Il simbolo della squadra per eccellenza, insomma. E questo non certamente per via del loro talento. O perlomeno, non solo per quello.Il carisma, prima di tutto. Avere un carattere forte, deciso, fiero è il primo requisito per indossare la fascia al braccio. Il capitano fa sentire la propria presenza in campo a compagni ed avversari, suona la sveglia quando la squadra è sotto tono, sprona la sua squadra, la rincuora quando sbaglia, fa le veci dell’allenatore all’interno del campo di gioco, dove la voce del mister, per quanto potente, di solito fatica ad arrivare.Altro requisito indispensabile: i valori. Il capitano è un contenitore inesauribile di buoni valori, ed ha il preciso dovere di trasmetterli al resto della squadra. In una parola: è un esempio. Per questo deve stare molto attento a ciò che fa e ciò che dice non solo in partita, ma in allenamento e perfino fuori dal campo. Per essere credibili, infatti, cioè per sperare che il resto della squadra ci segua, è vitale essere coerenti: parlare bene e razzolare male è il contrario dell’essere buoni capitani. Anzi, proprio dell’essere capitani.Il vero capitano, inoltre, sa come parlare e quando parlare. E’ vero che gli è richiesto di fare le veci dell’allenatore in campo e in altre situazioni – come ad esempio nello spogliatoio – in cui solitamente la voce del mister non arriva o arriva poco. Ma quelli che parlano troppo di solito annoiano gli ascoltatori. Quelli che parlano troppo poco, invece, rischiano di essere inconsistenti. Ci sono momenti precisi in cui la voce del capitano può fare la differenza. E raramente servono grandi discorsi, stile film. Spesso, anzi, è sufficiente un semplice incoraggiamento, un “Forza!” o uno “Sveglia!”. In certi casi non servono nemmeno le parole: quante prestazioni sono cambiate dopo una pacca sulle spalle data con convinzione e al momento giusto!Certamente il confini precisi del perfetto capitano variano a seconda delle età e del livello della squadra. E’ diverso fare i capitani in serie A, in Nazionale, in terza categoria e nel campionato Giovanissimi, solo per fare alcuni esempi. Un aspetto, però, è valido sempre: il capitano è colui che conduce la squadra nel mezzo della tempesta. Una specie di Jack Sparrow o di Rubber Cappello di Paglia, insomma. Solo che al posto delle onde ci sono le partite storte, al posto della ciurma i compagni di squadra e al posto dei tesori da arraffare le vittorie da conquistare assieme. La sostanza, però, è quella.Ecco un video che ritrae un tipico esempio di capitano di 13 anni. Scherziamo, questa è una scena più unica che rara. Ma ci dà un’idea di che cosa significhi essere una guida carismatica per tutta la squadra.

Che cos’è il fair play nel calcio? | Psicologia Golee!

“Fair play” è un termine di orgine inglese che in italiano si può rendere con “gioco leale” oppure, come avviene più di frequente, con “sportività”.Si possono dare mille definizioni di fair play, che è un concetto che comprende molti comportamenti possibili (dei quali esistono diversi esempi storici, come vedremo) ma una sola parola rende alla perfezione il significato profondo del termine: rispetto. Quando si fa proprio il concetto di rispetto, non si ha dubbi sul fatto di trovarsi sulla strada del fair play. La Fifa, che ha fatto del fair play una propria bandiera nella lotta contro gravi fenomeni come la discriminazione e la violenza, ha adottato diverse iniziative per promuovere la correttezza e il rispetto all’interno delle manifestazioni sportive e fuori. Ma il calcio non sempre risponde presente a questi appelli. Sicuramente chi lo fa in maniera eccellente è il rugby, uno sport dai due volti: uno estremamente rude, quello della competizione agonistica; l’altro, quello del rapporto con gli avversari, estremamente rispettoso. Da sempre nel rugby esiste la tradizione del terzo tempo, che, a dispetto del nome, non avviene nel contesto della partita ma fuori, o meglio dopo, quando i giocatori delle due squadre si ritrovano per mangiare e bere tutti assieme, socializzando nel nome dello sport inteso come momento di condivisione e non di divisione. Anche nel calcio italiano, nel 2008, si è tentato un esperimento del genere. Allora però la cosa fu più un’imposizione dall’alto che un’iniziativa spontanea, e così perse tutta la sua efficacia. Del resto, il calcio è ancora uno sport viziato da diffusa assenza di rispetto, tanto in campo quanto sugli spalti e negli uffici dirigenziali. Nella sua storia più che centenaria, però, non sono mancati gli episodi esemplari di fair play, scaturiti non da un’imposizione esterna ma unicamente dalla spontanea scelta dei loro protagonisti. Chi ne ha collezionati diversi è il centravanti della Lazio Miroslav Klose, che in un Napoli-Lazio del 2012, dopo aver segnato un gol, confessò all’arbitro di essersi aiutato con un braccio, e la rete venne annullata; qualche anno prima, invece, quando era in forza al Werder Brema, rinunciò ad un calcio di rigore che l’arbitro gli aveva concesso dichiarando di non aver subìto il fallo. Anche gli italiani hanno il loro campione di fair play. Si tratta di Paolo Di Canio, che nel 2000, quando giocava nel West Ham, fece innamorare di sè tutta l’Inghilterra fermando la palla con le mani, in una zona favorevole per la battuta a rete, perchè il portiere avversario era rimasto a terra infortunato.

Come alimentare l’autostima e costruire una mentalità vincente | Psicologia Golee

C’è un aspetto nella vita degli uomini e degli atleti che viene prima di ogni altro: la mentalità vincente.C’è chi ci nasce e chi no, ma sicuramente non c’è nessuna persona di spessore che non sia passata per fallimenti, ricostruzioni, e lavorare sul mantenere la sua mentalità vincente. Solo chi segue questo percorso potrà, giorno dopo giorno, rafforzare la propria autostima e trovare l’energia che serve per affrontare tutti gli ostacoli di petto, senza indugi o remore.Ma come si arriva a costruirsi una mentalità vincente?Il primo passo è quello di non cercare alibi. Le scuse o giustificazioni sono, per sua propria indole, propri di una mentalità perdente e sottomessa. I veri campioni hanno la consapevolezza che tutti i risultati che ottengono, sia positivi che negativi, derivano dalle loro scelte e dalle loro prestazioni. Questo li aiuta anche a saper gestire l’esito dei loro risultati.Il secondo passo è quello di uscire dalla propria “comfort zone”: non fare sempre e solo le cose che si è abituati a fare e quelle sicure, ma tentare di mettersi in gioco, in prima linea, su campi nuovi. Solo così si potranno scoprire aspetti di se stesso che altrimenti sarebbero rimasti nascosti. A volte si parla di “incapacità appresa”, in poche parole, come quando uno sportivo evita di compiere un gesto tecnico perché in passato ha fallito e ha registrato un significato di incapacità. Se non dai consapevolmente un significato produttivo anche ai tuoi fallimenti, si rischia di ricadere in un vortice poi difficile da risalire; bisogna invece avere il coraggio di rischiare di nuovo e, con disciplina, cercare di migliorarsi. L’ultimo passo è quello di cercare sempre e comunque di divertirsi. Non si può dimenticare che quello che facciamo lo facciamo perché ci fa stare bene e ci piace, che sia uno sport o uno studio o una relazione. L’autostima di una persona può e deve essere costruita in un ambiente sano e in un clima di divertimento, passione, e dedicazione. Per concludere, un atleta di un normalissimo livello (e quindi non necessariamente un campione), o più in generale una persona, che riesce ad affrontare la vita prendendo le responsabilità sulle proprie scelte, che ha il coraggio di affrontare nuove sfide indipendentemente dal risultato finale, e che si sa divertire durante il suo percorso, non potrà far altro che alimentare la sua autostima e costruirsi una mentalità vincente.

Categorie
TAGS
iscrizione recupero fasedirecupero riposo autostima mentalitàvincente fairplay consiglialimentari allenamento infortuni riabilitazione caviglia calcioestero tikitaka calciospagnolo scuola professori sponsorizzazioni pubblicità ASD SSD carlosbacca youthleague championsleague golee giovanissimi sammaurese accademiariminicalciovb colonnellarimini juniorcoriano rimini novafeltriacalcio polisportivastella professionisti nazionali u15 seriea serieb legapro provinciali visnovafeltria Rimini1912 JuniorCoriano calciogiovanile Marche juniores allievi Macerata AscoliPiceno Fermo under17 risultati 4 giornata under16 berretti under15 nazionale U19 germania bundesliga emiliaromagna forlicesena ravenna marche pesarourbino giovanili interprovinciali Toscana regionali toscana primavera 5^giornata 4^giornata santarcangelo calcio gol regionale sperimentale serieA serieB 6^giornata 7^giornata calciodilettante gironeB beretti campionato juventus torino serieaeb U18 regnounito premierleague spagna real realmadrid futbol uefa napoli celtavigo premier dilettanti calciogiovanileprovinciali atalanta capone liga juveniles villareal blancos ragazzi pallone highlights partita fenomeni incredibile youth league calcioinglese tutorial calciatori scouting player porto uyl campionatoregionale sfide meglio peggio allievinazionali ManchesterCity Chelsea campionatoinglese bomber intervista esordienti icarotv Rimini #golee#giovanissimi#calcio#femminile #golee#esordienti#rivazzurra #golee#calciofemminile#ragazze Wolfsburg HertaBerlino Regionali #golee#giovanissimi#calcio #golee#esordienti#ragazzi sassuolo parma rimini1912 accademiariminicalcioVB #golee#giovanissimi#mezzano #golee#giovanissimi#mezzanoportoreno #golee#primavera#campionato#juventus#torino derby pulcini poggioberni Bundesliga Premierleague azzurra cesena juniorcalciotv social corner Poerio Parma atleticoviserba faseprimaverile Castelvetro viareggio bari ProgettoIntesaAllCamp CampionatoRegionaleEmiliaRomagna fiorentina castellarano cup club brugge Formigine Paradigna viareggiocup juniorgambettola memorial crescentini Juventus torneo memorialbellavista Golee Pesaro Torneo mezzano Islanda Inghilterra Europei progresso calciofemminile italia

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter

L'email non è corretta

Top