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Storie di calcio

I 5 gol più veloci della storia del calcio

Una manciata di secondi. Che si può fare in un lasso di tempo così ridotto? Allacciarsi una scarpa, bere un caffè, attraversare la strada. Realizzare un gol non sembra rientrare in questa casistica. Però è successo. L’arbitro fischia l’inizio della partita e pochi attimi dopo la palla è già in fondo al sacco. Gli Speedy Gonzales del gol provengono un po’ da tutte le latitudini del mondo. Vediamo chi sono.Il quinto gol di questa speciale classifica proviene dagli Stati Uniti. Lo realizza un giocatore statunitense di origini italiane: Michele Grella, detto “Mike”. 7 secondi per portare in vantaggio il suo New York Red Bull nella sfida con il Philadelphia Union. Il campionato è la MLS statunitense. La data il 18 ottobre 2015.Dagli Usa all’Australia. Anche in questo caso parliamo di un giocatore con sangue italiano nelle vene. Damian Mori segna da centrocampo dopo 3,69 secondi. Pallonetto chilomentrico che non dà scampo al portiere avversario, e 1-0 Melbourne. L’anno è il 1995.In Messico ricordano ancora bene la prodezza di Gustavo Ramirez: 3,3 secondi per sbloccare l’incontro fra il suo Mineros de Zacatecas e il Necaxa. Battuto dopo 14 anni il record del campionato messicano, che apparteneva a Ricardo Chavez, in gol dopo 9 secondi.Altro pallonetto micidiale ed ultra rapido è quello di Ricardo Olivera, che il 26 dicembre 1998 entra nella storia dell’Uruguay come goleador più veloce di sempre. E nella storia del calcio mondiale è in seconda posizione: 2,8 secondi.Ma è dall’Arabia Saudita che proviene l’Usain Bolt del gol. Nawaf Al Abed non ci pensa un attimo: il compagno gliela tocca e lui spara con il sinistro. Il portiere avversario fa un gesto un po’ difficile da decifrare. Ma ci piace pensare che stesse dicendo: “beh, ma è valido così?”Non solo è valido, ma è storico. Anzi, leggendario: 2,3 secondi. Praticamente, il tempo di uno sbadiglio.

​5 GOL DI TACCO MEMORABILI

Raffinatezza, classe, genio, coraggio e naturalmente un pizzico di fortuna. Ci vuole tutto questo perché l’azzardo di un colpo di tacco si tramuti in un gol da antologia. Non sono molti i giocatori che si sono presi il “rischio” di una giocata del genere. Ancora meno quelli che ne hanno saputo ricavarne un capolavoro.Ed è sicuramente un capolavoro il gol di Roberto Mancini in un Parma-Lazio del gennaio 1999. Angolo dalla sinistra, palla sul primo palo dove il fantasista biancoceleste, spalle alla porta, si inventa una prodezza incredibile. Palla in rete fra lo stupore e la meraviglia di tutti, probabilmente avversari compresi. Il primo a doversi inchinare a quella giocata fu naturalmente il portiere del Parma: un certo Gianluigi Buffon.Il portierone della Juve rivide un po’ i fantasmi di quella serata, ma in un contesto del tutto diverso, nel 2004, in occasione degli Europei giocati in Portogallo. L’Italia affrontava la Svezia nella seconda giornata della fase a gironi. Zlatan Ibrahimovic, uno abbastanza bravo (per usare un eufemismo) nelle giocate ad alto coeffieciente di difficoltà, anticipa e scavalca Gigi Buffon con un colpo di tacco destinato ad insaccarsi proprio sotto l’incrocio dei pali. Inutile il salto di Bobo Vieri sulla linea di porta. Un ricordo doloroso per l’Italia, che anche per colpa di quel gol non approdò ai quarti di finale della competizione.Il tacco è più che altro roba da fantasisti. Ci vuole davvero tanta immaginazione, in effetti, per inventarsi gol del genere. E ne ha usata tanta, Alex Del Piero, poco prima del calcio di punizione di Pavel Nedved, per figurarsi il gol che di lì a poco avrebbe fatto impazzire il popolo bianconero. Capirete, segnare in un derby è qualcosa che già di suo manda in visibilio i tifosi. Figuriamoci se il gol è di questa fattura.A proposito di derby, a Roma i tifosi della Lazio ricordano ancora bene cosa avvenne in una stracittadina giocata nel 2003. Anche qui c’entra un Mancini, ma stavolta si tratta di Amantino, giocatore brasiliano in forza alla Roma. Stesso cognome del giocatore laziale, ma destinazione diversa del pallone rispetto alla prodezza realizzata a Parma. Perché in questo caso la palla viene addirittura girata sul secondo palo. Come incendiare una partita per sua natura già piuttosto calda.C’è una varietà precisa del gol di tacco: il cosiddetto “scorpione”. Facile capire perché si chiami così: la gamba diventa ad un tratto la coda dell’insetto, e il tacco il pungiglione. Arriva una palla un po’ arretrata, tu sei sbilanciato in avanti e l’unico modo per segnare diventa quello. Ne sei quasi costretto, per così dire. Sulla difficoltà del gesto ci sono pochi commenti da fare. Anche se poi, a riguardare i giocatori a cui questa prodezza è riuscita, sembra in fondo una cosa semplice. Chissà se è d’accordo Olivier Giruod, che all’inizio di quest’anno ha pensato bene di infilare così il portiere del Crystal Palace.

5 incredibili imprese calcistiche

Non deve essere male iniziare un torneo senza il favore di alcun pronostico e poi sollevare il trofeo tra lo stupore generale di tutti. Nella storia del calcio ci sono state diverse squadre che hanno vissuto questo tipo di sensazione. Squadre che non erano date per sfavorite in una finale, o nel rush finale nel caso di un torneo “all’italiana”, ma che partivano con l’obiettivo di salvarsi, o di fare un cammino il più possibile dignitoso, non immaginando certo di vincere. E invece alla fine hanno vinto. Circondate dallo stupore - e a quel punto anche dall’ammirazione - di tutti. No, non deve essere affatto male.Banalmente, iniziamo la nostra rassegna dall’incredibile Leicester di Caludio Ranieri. Perché è così che sarà ricordato, come il Leicester di Claudio Ranieri, il tecnico italiano che in Inghilterra, la terra delle fiabe, a 64 anni si è preso la rinvincita su quanti lo consideravano un allenatore poco vincente. Aiutato, certo, anche da un gruppo di ragazzi fantastici e fino a lì praticamente sconosciuti, da James Vardy a Riyad Mahrez a N’Golo Kantè, passando per Daniel Drinkwater, Shinji Okazaki e Kasper Schmeichel. Ma la firma sul capolavoro della stagione 2015/2016 è tutta di Ranieri, che con il suo carisma, la sua esperienza e il suo “italian style” ha saputo trasformare l’entusiasmo di una buona partenza in una riserva di carburante inesauribile, o quantomeno sufficiente per arrivare a tagliare il traguardo davanti a tutti. Quest’anno quella benzina è finita, e Ranieri, incredibilmente, è stato esonerato. A volte il calcio è proprio strano, per non dire lunatico.Abbiamo visto che fra i ragazzi di Claudio Ranieri c’era Kasper Schmeichel, un nome – anzi, un cognome – che richiama alla memoria un’altra incredibile impresa sportiva. L’anno è il 1992, e il torneo in questione il Campionato Europeo in Svezia. Certo, direte, un Europeo è un torneo molto più corto di un campionato nazionale come la Premier League, e quindi fare l’impresa è più facile. Calcolate però che la nazionale vincitrice, che non è la Germania, né la Spagna e nemmeno l’Italia, poche settimane prima dell’inizio delle partite era al mare, in vacanza. Perché non si era qualificata. Ma in Jugoslavia, nazione che invece si era aveva guadagnato l’accesso alla fase finale, nel frattempo è entrata in guerra. Dunque serve un sostituto. E allora dentro la Danimarca, che aveva chiuso le qualificazioni alle spalle della Jugoslavia. Tutti pensavano che i danesi avrebbero giocato in infradito, visto che erano stati letteralmente strappati alla spiaggia. Invece vinsero. Contro ogni pronostico. E battendo in finale la Germania, non proprio l’ultima squadra del ranking mondiale. Ebbene, il portiere di quella Danimarca era Peter Schmeichel, padre di Kasper. Evidentemente, in quella famiglia le imprese sportive sono impresse nel DNA.12 anni dopo, un altro inaspettato trionfo in un campionato europeo. Stavolta parliamo della Grecia. Quell’ Europeo venne disputato in Portogallo, la cui nazionale faceva parte del girone di ferro in cui era stata inserita anche la Grecia, oltre a Spagna e Russia. Grecia che era considerata, per il valore complessivo della rosa, la 15° squadra sulle 16 che partecipavano al torneo. Ma che seppe stupire tutti. E fin dall’inizio, quando battè i padroni di casa del Portogallo nella partita inaugurale del torneo. Passò la fase a gironi come seconda del proprio raggruppamento, poi eliminò la Francia campione in carica ai quarti, la Repubblica Ceca di Pavel Nedved (Pallone d’oro di quell’anno) in semifinale ed infine il Portogallo – ancora lui – in finale. Inutile dire che in tutte queste sfide gli ellenici partivano nettamente sfavoriti. Ma avevano dalla loro un paio di figure di spicco. Una era il bomber Angelos Charisteas, quell’anno in stato di grazia e autore di 3 reti alla fine del torneo, una più pesante dell’altra (segnò anche in finale). L’altro era il tecnico Otto Rehhagel, uno che di imprese sportive se ne intendeva. C’era lui, infatti, alla guida di quel Kaiserslautern che nella stagione 1997/1998 si aggiudicò il titolo tedesco dopo aver vinto la Zweite Bundesliga, la seconda divisione tedesca, solamente un anno prima. Ebbene sì: una neopromossa vinse lo scudetto. Non era mai avvenuto prima nella storia del massimo campionato tedesco.Nel campionato inglese, invece, era già avvenuto qualcosa del genere. Ma si andò molto oltre. Perché sì, nel 1978 il Nottingham Forest, fresco promosso dalla serie B inglese, si aggiudicò subito la Premier League (che allora si chiamava First Division). Ma non si fermò lì: nelle stagioni successive vinse addirittura due Coppe dei Campioni consecutive. Qualcosa di mai visto prima, né dopo. A testimonianza, però, che l’Inghilterra è veramente la terra delle favole. Come ad esempio quella di Robin Hood,il fuorilegge che rubava ai ricchi per donare ai poveri e che, guarda caso, aveva il suo rifugio proprio nella foresta di Nottingham. Coincidenza curiosa.

Il mondo a testa in giù: la rovesciata. Carlo Parola e i suoi seguaci.

C’è una tipologia di gol che ogni calciatore sogna di realizzare almeno una volta nella sua carriera: quello in rovesciata. Chi è cresciuto con il cartone animato giapponese Holly e Benji, chi ha ammirato le prodezze (mica poche) di Mauricio Pinilla, attualmente in forza al Genoa, chi ricorda il capolavoro di Ibrahomovic contro l’Inghilterra o quello di Rooney nel derby con il Manchester City, non può non aver detto a sé stesso, almeno una volta: “Cavolo, domenica ci provo anche io!”Ma c’è soprattutto un’immagine che si è fissata in maniera indelebile nell’immaginario degli appassionati di calcio: la rovesciata di Carlo Parola. Detta così forse non rende bene l’idea. Riformuliamo: la rovesciata delle figurine Panini. QuestaVista così sembra un disegno. Ma è solo un effetto grafico. In realtà questa immagine si riferisce ad una stupenda fotografia risalente agli anni ’50, e in particolare ad un Fiorentina-Juventus del 15 gennaio 1950, quando Carlo Parola, giocatore della Juve non nuovo a gesti tecnici del genere, deliziò gli spettatori con una prodezza destinata a diventare un mito. E se è diventata un mito per milioni di ragazzi, proposta ogni anno come copertina dell’album di figurine Panini, il merito non è tutto di Parola. Perché in quell’attimo fermato per sempre si intrecciarono due talenti: quello di Parola, autore di un capolavoro tecnico, e quello del giornalista Corrado Bianchi, autore di un capolavoro fotografico. Grazie alla prontezza del reporter, infatti in tempi in cui non esisteva lo slow motion, tutti poterono apprezzare ciò che stava all’origine di quel meraviglioso gol, ed in particolare la coordinazione perfetta del giocatore bianconero. Coordinazione e tecnica, certo. Ma una rovesciata come si deve necessita anche di una buona dose di follia. Il rischio di fare una figuraccia è alto. Ma se riesce, beh, i rischi sono altri: quello di passare alla storia, o di far innamorare milioni di bambini. Chissà se Ibra, Bressan, Florenzi, Pinilla, Higuaìn, Rooney e tutti quelli che si sono cimentati – con successo - in questo tipo di prodezza hanno avuto negli occhi, da bambini, la rovesciata di Parola? Probabile. Di sicuro, in quel momento, hanno deciso che il rischio di fare una figuraccia era minore della possibilità di stupire. E hanno fatto bene.

​3 MOMENTACCI DELLA NAZIONALE ITALIANA DI CALCIO

L’Italia è un Paese dalla grande tradizione calcistica. Il palmarès della Nazionale maggiore è molto ricco: 4 Mondiali (il secondo miglior bottino dopo quello del Brasile, che ne ha 5), 1 Europeo, 1 oro olimpico e 2 Coppe Internazionali (l’antenato dei moderni Europei).Nel corso della sua pluricentenaria storia calcistica il nostro Paese ha dato i natali a straordinarie generazioni di campioni. Tuttavia non poche Nazionali azzurre, pur traboccanti di talenti, sono uscite dai grandi appuntamenti con l’amaro in bocca. Vediamo alcuni di questi casi, tratti dalla storia recente.Una delle disfatte più brucianti è il Mondiale in Corea e Giappone, nel 2002. Il CT Giovanni Trapattoni aveva a disposizione una truppa dall'enorme potenziale. Per rendere l’idea basti dire che Roberto Baggio, già un po’ vecchiotto ma ancora di un altro pianeta in quanto a classe, non trovò spazio in quella selezione. Una generazione di talenti che, però, non seppe superare gli ottavi di finale di quel torneo, un po’ per demeriti propri, un po’ per via della vergognosa direzione arbitrale nella sfida contro una delle squadre di casa, la Corea del Sud. Era, appunto, l’ottavo di finale e l’arbitro era l’ecuadoriano Byron Moreno. La Corea vinse grazie al Golden Gol di Ahn, allora giocatore del Perugia (che dopo quel Mondiale fu cacciato via dal presidente della squadra umbra), il quale segnò la rete del 2-1 al termine di una partita macchiata da un numero impressionante di strafalcioni arbitrali. L’Italia contestò un rigore concesso agli asiatici, poi parato da Buffon, l’espulsione di Totti per una presunta simulazione, l’annullamento del gol regolare di Tommasi e le sanzioni non comminate ai giocatori coreani per i duri interventi su Zambrotta e Coco. Nei giorni successivi la stampa italiana gridò al complotto, l’arbitro Moreno venne additato come il principale responsabile (non l’unico, però: è vero infatti che l’Italia si divorò diversi gol) e la spedizione azzurra si concluse con una bella indigestione di bile. Quel Mondiale lo vinse il Brasile di Ronaldo.Due anni dopo il CT è sempre Trapattoni e l’appuntamento è l’Europeo in Portogallo. L’Italia è la solita formazione infarcita di talenti ma piena di incognite. La ferita del Mondiale nippo-coreano è ancora apertissima, e brucia. Tra i convocati c’è Cassano, in uno dei periodi più fortunati della sua altalenante carriera. Saranno proprio i suoi occhi pieni di lacrime la fotografia che gli italiani conserveranno di quell’Europeo. La scena si svolge allo stadio D. Afonso Henriques di Guimarães, sede di Italia-Bulgaria. Gli Azzurri fanno una fatica enorme – come nei due precedenti incontri del girone, del resto - ma alla fine la spuntano per 2-1. Autore della rete decisiva è proprio Cassano, che prima esulta come un pazzo poi, ricevuta una certa notizia dalla panchina, muta repentinamente espressione: dalla gioia alle lacrime. Dalla vittoria all’eliminazione. Sì, perché la notizia che i compagni gli comunicano è che l'altra partita del girone, Svezia-Danimarca, è finita 2-2, ovvero l’unico risultato che avrebbe estromesso gli Azzurri dalla fase successiva. Nessuno crede alla buona fede delle due squadre scandinave. La parola più ricorrente nei media italiani è “biscotto”, ovvero il risultato concordato a tavolino con il preciso intento di eliminare gli Azzurri, sin lì poco convincenti ma pur sempre temibili. Vero o falso che sia, Trapattoni e gli azzurri tornano mestamente a casa con la sensazione, ancora una volta, di essere stati gabbati. Ma anche con la consapevolezza di aver espresso poco o nulla del proprio potenziale. L’esito di quell’Europeo è incredibile: se lo aggiudicherà la Grecia, battendo in finale proprio i padroni di casa del Portogallo.Riavvolgiamo velocemente il nastro di dieci anni esatti e andiamo nel 1994. Si gioca il Mondiale statunitense. L’Italia è fortissima: ha Roberto Baggio - pallone d’Oro nell’anno precedente - in gran forma, una difesa d’acciaio composta da Costacurta, Baresi, Maldini e Tassotti. Fra i pali c’è Gianluca Pagliuca. Il CT è il pluridecorato Arrigo Sacchi. Insomma, è una Nazionale dalla forte impronta milanista e da molti considerata una delle più accreditate per la vittoria finale. Parte male, però. Supera la fase a gironi grazie al ripescaggio fra le migliori terze. A questo punto sale in cattedra Baggio. Il Divin Codino risolve diverse situazioni intricate e trascina gli Azzurri in finale, dove ad attenderli c’è il Brasile. Il Capitano, Franco Baresi, gioca nonostante l'intervento al menisco di poco più di venti giorni prima. Anche Baggio non è al meglio. Ma l’Italia è cresciuta partita dopo partita, e la fiducia di lasciare gli Stati Uniti con il trofeo c'è. La sfida è equilibrata e risente della grande afa di Pasadena, città sede dell’incontro. Dopo 120’ il risultato è ancora di 0-0. Si va ai rigori. Baresi sbaglia, Pagliuca para il primo rigore brasiliano. Al quarto giro il portiere carioca Taffarel respinge il rigore di Massaro; Dunga invece spiazza Pagliuca. Il Brasile a questo punto è in vantaggio, e un eventuale errore italiano gli darebbe la vittoria. Dal dischetto si presenta Roberto Baggio, l’eroe del cammino azzurro. Che calcia alto. Il Brasile non ha neppure bisogno di battere l’ultimo rigore. L’Italia torna a casa sconfitta, e Baggio non dimenticherà più quel momento, che diventerà una macchia indelebile nella sua straordinaria carriera.

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