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Doping

Il doping nello sport

Il doping, reso in italiano con il termine «dopaggio», è l’alterazione delle prestazioni sportive di un atleta mediante tecniche o sostanze probite. Esistono numerose regolamentazioni che specificano quali sono le pratiche e le sostanze consentite, quale il loro dosaggio, e quali invece quelle bandite. Tutto questo in nome dell’etica dello sport, vale a dire quell’insieme di principi ai quali si ispirano, almeno in teoria, coloro che promuovono la pratica sportiva a tutte le latitudini del mondo. Di tali principi uno dei più importanti, se non il più importante in assoluto, è quello della lealtà: tutti gli atleti devono poter competere con le stesse possibilità di vittoria. Se un atleta modifica artificialmente il proprio fisico con stratagemmi proibiti, si troverà ovviamente avvantaggiato rispetto ai concorrenti, e le possibilità di successo risulteranno ingiustamente sbilanciate dalla sua parte.Purtroppo non tutti vivono lo sport nella sua concezione più nobile. Soprattutto l’aumento degli interessi economici attorno alla pratica sportiva ha diffuso la mentalità che la vittoria sia l’unico obiettivo per cui valga la pena gareggiare, e che per conseguirla ogni mezzo sia lecito, anche quelli sleali.Il doping del resto non è un fenomeno recente. Già gli antichi Greci, gli inventori delle Olimpiadi, ne facevano largo uso: nelle Olimpiadi del 668 a. C., per esempio, è documentato l’uso di funghi allucinogeni da parte di alcuni atleti. Nei secoli a venire la pratica di assumere sostanze eccitanti per migliorare le prestazioni fisiche non solo non diminuì, ma divenne sempre più sofisticata via via che le conoscenze scientifiche andavano aumentando.Nel XIX secolo, con il boom delle scoperte in campo farmaceutico e chimico, l’industria del doping conobbe un’impennata. Il fatto è che fino a tempi relativamente recenti l’opinione comune era che fosse normale, anzi addirittura preferibile, che gli atleti, per aumentare le proprie possibilità di vittoria, ricorressero ad ogni mezzo a disposizione, compreso il doping. L’etica sportiva, insomma, poggiava su presupposti molti diversi da quelli moderni. Soprattutto non si teneva in alcun conto la possibilità che l’uso di tali sostanze potesse risultare gravemente dannoso per l’organismo dell’atleta.Le cose cambiarono dopo la morte del ciclista danese Knud Enemark Jensen durante le Olimpiadi di Roma del 1960. Il CIO (il Comitato Olimpico Internazionale) ed alcune federazioni nazionali iniziarono una lotta concreta al fenomeno del doping. Nel 1989, con la fine della Guerra Fredda e dopo la scoperta di un altro caso di atleta dopato, il corridore Ben Johnson alle Olimpiadi di Seul del 1988, venne creata la WADA, l’agenzia internazionale deputata alla lotta al doping, che varò il Codice mondiale anti-doping.In precedenza erano stati i Paesi dell’Est europeo a spendere il maggior numero di risorse nell’industria del doping. In quella parte di Europa, infatti, quello dell’alterazione delle prestazioni sportive era un vero e proprio sistema, ed erano soprattutto gli atleti destinati a partecipare alle Olimpiadi quelli ad esserne più massicciamente sottoposti. Ovviamente gli effetti collaterali o erano sconosciuti o si lasciavano in secondo piano. Molte donne venivano trattate con ormoni maschili, che permettevano loro di ottenere una struttura muscolare spropositata, più simile, per l’appunto, a quella di un uomo che a quella di una donna. E ci fu addirittura chi, come la pesista Heidi Krieger, si spinse talmente oltre da ritrovarsi costretta a diventare a tutti gli effetti un uomo, tali e tanti erano stati i cambiamenti nel suo fisico.Tra i casi più clamorosi di atleti dopati merita certamente menzione quello del ciclista Lance Armostrong, che nel 2012 fu giudicato colpevole di aver fatto uso sistematico di sostanze dopanti per gran parte della sua carriera, e per questo motivo gli vennero revocati praticamente tutti i titoli conquistati, tra cui ben sette Tour de France.Nel calcio di parla poco di doping, quasi il fenomeno non riguardasse per nulla questo sport. In realtà nel 2015 un’indagine della Uefa rilevò che nel 7,7% dei calciatori che avevano partecipato alle edizioni della Champions League dal 2008 al 2013 erano stati rilevati livelli di testosterone superiori al consentito. Il massimo organo calcistico europeo provvide subito a ridimensionare i risultati di questa ricerca, promettendo comunque maggiore severità nei controlli. Tuttavia qualche ombra è rimasta, come del resto era avvenuto anche in numerosi altri casi del passato.

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