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Biografie

Dalla strada alla Serie A: la storia di Antonio Cassano

18 dicembre 1999, al San Nicola di Bari si gioca Bari-Inter. I pugliesi schierano in attacco un ragazzino di 17 anni di nome Antonio Cassano. Al minuto 88 quel ragazzino segna un gol memorabile: lancio lungo dalle retrovie, controllo in corsa con il tacco, dribbling fra due difensori dell’Inter e tiro vincente a fil di palo. Il San Nicola esplode in un boato assordante. Cassano in quel momento capisce che la sua carriera sta per decollare, sottraendolo ai pericoli di una Bari Vecchia tristemente segnata dalla criminalità, dove per i ragazzini come lui, abbandonato dal padre, povero e non particolarmente brillante fra i banchi di scuola, è semplice imboccare la strada sbagliata. Lo ammette lui stesso con parole schiette, come è nel suo stile:«Se quel Bari-Inter non ci fosse stato sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di m….».«Avevo due in tutte le materie. Un risultato straordinario, ottenuto grazie a un impegno costante (...) Sono stato bocciato sei volte, tra elementari e medie»Tirare avanti con un figlio a carico per la signora Giovanna, la madre, bidella in una scuola elementare, è dura. Il ragazzo non cresce tra gli agi, ma impara la dura legge della strada«Spesso c’erano spari, macchine della polizia, ambulanze».E così, tra uno scherzo e l’altro (la sua grande passione), le partite con gli amici e la scuola, il “Pibe de Bari” mostra ai coetanei il proprio vulcanico carattere e lo smisurato talento, non di rado trasformato astutamente in denaro sonante«Giocavo tra le bancarelle, tutti mi volevano in squadra con loro e scommettevano 10, 15 o 20 mila lire sulla squadra dove giocavo io. Io mica ero trimone, mica ero scemo: volevo il grano io, dovevano darmi la percentuale»Inizia nella “ProInter”, poi passa alle giovanili del Bari. Il salto non lo turba troppo, dato che non smette di segnare a raffica e umiliare gli avversari. L’esordio in Serie A è datato 11 dicembre 1999. Cassano ha appena 17 anni e la partita è quella più infuocata che si possa immaginare per un ragazzo di Bari: il derby con il Lecce. Fantantonio non trema e si guadagna la maglia da titolare per la partita successiva, quel famoso Bari-Inter che segnerà la sua carriera. Il Bari fa suo l’incontro e Cassano prende il volo.Lo acquisterà la Roma dove verrà allenato da Fabio Capello, tecnico con cui avrà un rapporto di amore-odio. Se lo ritroverà di fronte anche nell’esperienza successiva, quella con la maglia del Real Madrid. Ma il suo carattere focoso, istintivo, e i vizi lo porteranno a litigare con il tecnico e a finire fuori rosa, cosicchè l’avventura madrilena alla fine si rivelerà un flop. Sceglie di ripartire dalla Sampdoria, una piazza tranquilla dove il suo estro viene lasciato libero di esprimersi. Esordisce anche qui in un derby fra i più bollenti d’Italia, quello con il Genoa. Gioca una finale di Coppa Italia persa ai rigori con la Lazio. Disputa i preliminari di Champions League contro il Werder Brema, che alla fine avrà la meglio nonostante il meraviglioso gol di tacco di Fantantonio nella sfida di ritorno.Il litigio con il presidente Garrone segna negativamente il finale dell’avventura blucerchiata. Dopo tre stagioni e mezza Cassano lascia la maglia della Samp per quella del Milan. L’avventura dura appena un anno e mezzo e si conclude con la clamorosa decisione di passare all’altra sponda del naviglio, all’Inter. Dopo un solo anno sceglie di ripartire qualche gradino più in basso, da Parma. Recita da protagonista ma l’avventura emiliana si conclude malissimo, con il fallimento societario. Cassano si fa svincolare e torna alla Sampdoria, squadra per cui è tesserato tuttora. Ma il suo rapporto con il presidente Massimo Ferrero, un altro tipo vulcanico come lui, si incrina fino a compromettersi in maniera insanabile. Oggi Cassano è fuori rosa e l’impressione è che la sua carriera volga ormai al tramonto.Molti sperano auspicano che la sua vicenda calcistica si concluda con la stessa maglia con cui era iniziata, quella del Bari. Ma fare previsioni è difficile con un calciatore come Cassano, l’imprevedibile per eccellenza, in campo e fuori.Il suo talento cristallino non sempre è stato supportato dalla lucidità; molti ritengono che le “cassanate”, termine coniato da Fabio Capello, abbiano fortemente limitato l’evoluzione di un giocatore in possesso di doti fuori dal comune, messe in mostra sia con le maglie dei club che con quella della Nazionale.Ma una cosa è certa: sono state proprio quelle straordinarie doti a salvarlo da una vita misera e pericolosa. Cassano è uno di quei giocatori che ha vissuto due vite, una buia e una dorata.«A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario. Me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare»Questo lo diceva a 26 anni. Oggi ne ha 34: quel debito è stato finalmente saldato.

Mino Raiola lo Special One dei procuratori

Mino Raiola lo Special One dei procuratori «Non sapevo che tipo di persona cercare, immaginavo un tizio in completo gessato con un orologio d’oro ancora più grosso del mio.» «Ma che razza di individuo era quello che entrò dopo di me?»«Jeans, T-shirt e Nike e con quella pancia enorme!»Queste le parole di Ibrahimovic alla vista del suo nuovo e futuro procuratore, quello che gli cambiò per sempre la vita da calciatore.Personaggio originale e controverso, sicuramente uno dei migliori procuratori in circolazione. Nel corso degli anni ha teso una ragnatela di contatti da paura, lanciando i suoi tentacoli su ogni operazione di mercato. Calciatore mancato, Mino a vent’anni comincia la sua escalation di ruoli all’interno del calcio olandese che lo porteranno a diventare mediatore dei più grandi calciatori, sotto le sue ali giocatori del calibro di Nedved, Balotelli, Lukaku, Pogba e il già citato Ibrahimovic.“Matto come un cavallo” lo definisce Ibra nel suo libro “Io Ibra”, dove racconta degli episodi del suo rapporto professionale con Raiola, “era uno che ci sapeva fare”.“«Credi di potermi impressionare con il tuo orologio, la tua giacca e la tua Porsche. Ma non è così. Proprio per niente. Io trovo che siano tutte cazzate» mi diceva Mino. «Vuoi diventare il migliore del mondo? Oppure quello che guadagna di più, per poter andare in giro con tutto questo genere di gingilli?» «Sì, il migliore del mondo!» «Bene! Perché se diventi il migliore del mondo, arriverà anche il resto. Ma se insegui solo il denaro, allora non otterrai niente, capisci?»«Capisco.»”La forza di Mino è quella di essere sempre sul pezzo in ogni situazione di mercato per spuntare l’offerta migliore per i propri assistiti, ma non lo fa per la gloria, tutt’altro, le regole del gioco le ha imparate subito e ne ha aggiunte delle sue, in ogni intermediazione strappa clausole milionarie alla faccia dei DS delle società sportive, raggiungendo uno stipendio simile a quello di calciatori affermati.Ora il suo pezzo più pregiato è Paul Pogba. L’obiettivo è prenotargli un volo per Manchester (lato United), dove lo aspetta Zlatan già alla corte di Mourinho da qualche giorno.L’operazione è di quelle da far rizzare i capelli, si parla infatti di cifre a 8 zeri, sarebbe il trasferimento più pagato nella storia (fino adesso) del calcio. «Non mi interessano i record, io voglio il meglio per i miei assistiti» le parole di Mino.La cosa buffa è che Pogba era di proprietà della squadra inglese ed è partito a parametro zero. Ora lo ricompra ad una cifra esorbitante, con la felicità della Juventus su cui crea una plusvalenza inimmaginabile. E in tutto questo Raiola quante volte ci guadagna? Fenomeno.Di sicuro dovrà incrementerà ulteriormente la grandezza del suo caveau.Tra milioni che svolazzano come fossero farfalle, squadre alla ricerca di fenomeni e giocatori in cerca di sistemazioni valide dove non conta più (purtroppo) l’attaccamento alla maglia, ecco che qui si fa largo il genio di Raiola, la sua maestria nel lavorarsi i direttori delle società e l’arma in più, quella di credere sempre e fortemente in quello che fa, e che lo ha fatto diventare lo Special One.

Ronaldo de Assis Moreira, detto Ronaldinho | Biografie Calciatori

Famoso per il modo spensierato di interpretare il calcio, non meno che per la raffinatezza sublime dei piedi, Ronaldinho è stato uno dei calciatori in assoluto più forti degli ultimi quindici anni, e forse anche qualcosa di più. Lo strapotere di Messi e Ronaldo è un capitolo successivo: prima il trono apparteneva al ragazzo di Porto Alègre, Pallone d’Oro nel 2005, dotato di una tecnica spaventosa, umile tanto quanto le sue origini, funambolico, fantasioso, divertente. Ronaldinho, che in realtà si chiama Ronaldo de Assis Moreira ed ha ricevuto il diminutivo per essere distinto dall’altro Ronaldo, il Fenomeno, di pochi anni più grande, ha incarnato perfettamente lo stereotipo del brasiliano che gioca per divertirsi e divertire. Sempre con il sorriso stampato sui denti, il Gaucho sembrava alieno da qualsiasi tatticismo: il suo imperativo era stupire, e ci riusciva perfettamente. Appena 19enne, dopo aver rispettato tutta la trafila delle Nazionali giovanili, vinse con il suo Brasile la Coppa America segnando, al debutto nella competizione, una straordinaria rete al Venezuela. Nel 2002 si laureò Campione del Mondo con la Nazionale verde-oro, segnando fra l’altro un gol da 35 metri, su calcio di punizione, nel quarto di finale con l’Inghilterra. La sua carriera si lega soprattutto ai colori blaugrana del Barcellona. I catalani lo acquistarono nel 2003 come risposta al passaggio di David Beckham dal Manchester United ai rivali del Real Madrid. Quell’anno il Barça chiuse secondo nella Liga. Ronaldinho mise a segno 19 reti. Nel 2004 fu nominato dalla Fifa miglior calciatore della stagione (Fifa World Player of the Year) e riuscì a segnare diverse reti anche in Champions League, quasi tutte spettacolari. Tuttavia il Barcellona fu eliminato agli ottavi di finale dagli inglesi del Chelsea. L’anno dopo vinse la Liga. Nella stagione 2005-2006 perfino i rivali storici del Real Madrid resero omaggio al suo straordinario talento: nel Clasico che si disputò l’11 novembre al Santiago Bernabeu di Madrid, il Barça si impose per 3-0 e Ronaldinho segnò un gol storico, partendo da centrocampo e saltando in agilità due avversari prima di concludere a rete in maniera vincente. Segnò anche un altro gol in quella partita. Quando venne sostituito, tutto lo stadio gli tributò una standing ovation. Prima di lui solamente un altro barcelonista aveva goduto di un privilegio del genere: Diego Armando Maradona. Quell’anno fu fecondo di titoli per lui e per il Barcellona: i catalani vinsero la Liga e la Champions League, mentre Ronaldinho ottenne il Pallone d’Oro, il secondo Fifa World Player consecutivo e la nomina di miglior giocatore della Champions League. Per rendere perfetta quella stagione mancava solo il Mondiale, che quell’estate si disputava in Germania. Tuttavia il Brasile fu eliminato ai quarti dalla Francia, e Ronaldinho chiuse la competizione con zero gol. La stagione successiva fu avara di trofei. Tra le soddisfazioni che Ronaldinho si tolse va annoverato certamente il gol in rovesciata che segnò al Camp Nou contro il Villareal, una rete che, come confidò in seguito egli stesso, sognava di realizzare fin da bambino. Fu protagonista anche nella Coppa del Mondo per club che si disputò a Yokohama, mettendosi in particolare evidenza nella semifinale vinta contro i messicani dell’Amèrica, ma il Barcellona fu poi sconfitto in finale dall’Internacional, la squadra della sua città. La stagione successiva fu segnata da vari infortuni. Nel 2008, dopo cinque anni, 147 presenze e 70 reti con la maglia del Barcellona, fu prelevato dal Milan. Il primo gol con la maglia rossonera è pesantissimo: a San Siro si gioca il derby e un colpo di testa di Ronaldinho su assist di Kakà consegna al Milan la vittoria per 1-0. Si sblocca anche in Europa, per la precisione in Coppa Uefa, Milan-Braga. Nella seconda parte di stagione, però, il tecnico Carlo Ancellotti gli concede meno spazio. Nella stagione successiva fioccano i riconoscimenti individuali, fra cui il Golden Foot 2009 (l’impronta dei suoi piedi viene impressa sulla Champions Promenade, nel Principato di Monaco) e il titolo di miglior giocatore del decennio 2000-2009 (sancito dalla rivista World Soccer), davanti a gente come Cristiano Ronaldo e Messi, cui Ronaldinho aveva passato il testimone prima di lasciare Barcellona. Vince anche la speciale classifica degli assist-men della serie A, con 17 passaggi decisivi, e condivide la palma di miglior cannoniere del Milan (15 gol) assieme a Marco Borriello. L’anno dopo il nuovo tecnico Massimiliano Allegri lo vede poco (16 presenze e un gol), e a fine stagione lascia il Milan per tornare in Brasile, al Flamengo. La sua carriera volge lentamente al tramonto, ma c’è ancora tempo per qualche titolo: con la squadra rubro-negra vince il Campionato Carioca 2012. Passa poi all’Atlético Mineiro, con cui guadagna subito l’accesso alla Coppa Libertadores (la Champions League sudamericana) classificandosi secondo in campionato. A livello personale vince la classifica degli assist-men del Brasileirão, la Bola del Prata e la Bola de Ouro, riconoscimenti sanciti dalla rivista Placar. Rinnova il contratto per un altro anno e vince il Campionato Mineiro, ma soprattutto la Coppa Libertadores, superando nella doppia finale l’Olimpia di Asunciòn. E’ la prima volta per il club mineiro, mentre Ronaldinho diventa il primo giocatore della storia ad aver vinto Mondiale, Pallone d’Oro, Coppa America, Champions League e Coppa Libertadores. La Coppa del Mondo per club non va altrettanto bene, perché i brasiliani vengono eliminati in semifinale dai marocchini del Raja Casablanca. A nulla vale la punizione del momentaneo 1-1 firmata dal Gaucho. Segna anche nella finale per il terzo posto, che i brasiliani vincono 3-2 contro il Guangzhou Evergande. Diventa il primo giocatore ad aver segnato nella Coppa del Mondo per club con due squadre diverse, e poco dopo anche il primo giocatore ad essere premiato dalla rivista El Pais come calciatore dell’anno sia in Europa (2004, 2005, 2006) che in Sudamerica (2013). Rinnova ancora il contratto e vince la Recopa Sudamericana, poi lascia il Brasile per il Messico. Al Queretaro è subito preso di mira dalla stampa razzista e, anche per la scarsa professionalità che dimostra, l’avventura messicana dura poco. Passa allora al Fluminense, ma il peso dell’età e dei vizi extra-calcistici si fa sentire. E’ in pratica la fine della sua carriera. Una carriera che, prima di essere dedicata al calcio, era iniziata giocando a beach soccer e a futsal. Da piccolo, ai tempi del barrio Vila Nova di Porto Alègre, il talento della famiglia era il fratello maggiore Roberto, promessa del calcio brasiliano, costretto ad abbandonare la carriera di calciatore per un grave infortunio. Divenne in seguito il procuratore di Dinho. Le giovanili del Gremio si accorsero del talento di Ronaldinho all’età di 13 anni, quando, durante una partita disputata con la squadra della sua scuola, mise a segno 23 reti. Quattro anni dopo (1997) firmò il suo primo contratto da professionista. Vinse il Campionato Gaucho e la Copa Sul-Minas, prima di lasciare il Brasile per l’Europa, destinazione Parigi, tappa intermedia prima dell’approdo al Barcellona.

La vera storia di Carlos Alberto Tevez | Biografie Calciatori

Dopo una carriera di vagabondaggi fra Brasile, Inghilterra e Italia, Carlos Alberto Tevez l’estate scorsa è tornato nella sua Argentina. Più precisamente a Buenos Aires, l’unico luogo al mondo che ha sempre chiamato casa. Al Boca Juniors lo aspettavano a braccia aperte: lì aveva avuto inizio la sua carriera, lì quasi sicuramente si concluderà. Un amore viscerale lo lega ai colori della squadra che fu di Diego Armando Maradona e alla sua calorosa tifoseria. Per una questione di talento, certo, ma non solo. Il modo stesso di giocare di Carlitos quella grinta figlia della sua travagliata storia infantile, ha fatto innamorare di lui i tifosi degli Xeneizes fin dai tempi del suo debutto. Il suo è un calcio travolgente, passionale, perfetto mix di rabbia, potenza e tecnica. Giocatore dotato di un dribbling formidabile, di ottime capacità balistiche e tecniche, di grande spirito di sacrificio in fase di non possesso, è soprattutto il leader in campo che tutti gli allenatori vorrebbero. Anche se non sempre il suo rapporto con gli allenatori è stato idilliaco: con Roberto Mancini, ad esempio, ai tempi del Manchester City finì fuori squadra, e nella Nazionale albiceleste è ritornato solo nel 2014 dopo tre anni di lontananza forzata originata dal cattivo rapporto con l’allora C.T. Alejandro Sabella. Carlos ha girato il mondo ma non ha mai dimenticato le sue radici. Nato a Ciudadela, nella provincia di Buenos Aires, nel 1984, venne abbandonato dalla madre biologica a soli tre mesi. A dieci mesi l’incidente di cui porterà il segno per tutta la vita: l’acqua contenuta in un bollitore gli si riversò disgraziatamente addosso. Venne portato in ospedale avvolto da una coperta di nylon che, sciogliendosi, non fece che aggravare le ustioni. Rimase in terapia intensiva per due mesi. Non volle fare mai nulla per celare quelle ferite che da allora gli segnano viso, collo e petto: per lui sono un modo per tenere sempre ben a mente il doloroso passato da cui proviene. Carlos fu affidato agli zii materni (da cui prese il cognome) e crebbe nel quartiere di Ejercito de los Andes, soprannominato Fuerte Apache dal titolo di un famoso film di Paul Newman. Una zona pericolosissima, situata alla periferia della capitale argentina, dove criminalità, droga, violenze e omicidi sono all’ordine del giorno. Per un ragazzo di lì il giorno della maturità, e della scelta obbligata fra legalità e illegalità, arriva molto presto. Carlos, scoperto giovanissimo (5 anni appena, età in cui perse anche il padre, ucciso nel corso di una sparatoria) da un osservatore dell’All Boys, fece il proprio esordio agonistico con i Los Albos, poi a tredici anni fu aggregato alle giovanili del Boca; il debutto in prima squadra avvenne il 21 ottobre del 2002, poi fu ceduto ai brasiliani del Corinthians (di cui divenne capitano, fatto più che anomalo per un argentino in Brasile) e da lì sbarcò in Europa, e più precisamente in Inghilterra, al West Ham. Apparentemente fu la fortuna di possedere un enorme talento a salvarlo dalle spire della criminalità. Ma questa è solo una parte della verità. In un’ intervista ha raccontato che ai tempi dell’All Boys formava una coppia d’attacco stupefacente con Dario Coronel, suo coetaneo nonchè migliore amico. Anche Dario aveva talento, fu scelto dal Velez Sarsfield ed era soprannominato Cabanas per la sua somiglianza con il giocatore del Boca. Ma cominciò a frequentare cattive amicizie, finì nel vortice delle rapine e della droga a soli 17 anni, circondato dalla polizia, decise di togliersi la vita. Era di Fuerte Apache come Carlos, che nella stessa intervista sostiene come a marcare la differenza fra le loro due vicende non sia stata la fortuna, ma le scelte di vita. Carlos ha preso una strada diversa da quella di Dario, che pure aveva tutto per fare carriera, perché non tollerava quel degrado che sembrava essere nel destino suo e di tutti i suoi compagni di quartiere. E quando la vita gli ha offerto un’opportunità, l’ha colta al volo. Tuttavia non ha mai rinnegato le sue origini, la sua gente. Fin dai tempi del City usava esultare dopo i gol mostrando ogni volta una maglietta con il nome di uno dei quartieri poveri della sua Buenos Aires. Un omaggio a quel mondo difficile e travagliato che, come dimostrano anche le cicatrici, il soprannome (l’Apache) e il modo stesso di interpretare il calcio, Carlos Tevez ha sempre portato con sé nel corso della sua fortunata vicenda di calciatore di successo.

Jamie Vardy da operaio a bomber | Biografie Campioni

A Hollywood stanno già preparando un film sulla sua storia. In effetti, di spunti per una pellicola di sicuro successo ce ne sono a vagonate. Jamie Vardy, il ragazzo scartato a quindici anni dallo Sheffield Wednesday, la sua squadra del cuore, perché troppo basso di statura, costretto fino a pochi anni fa a lavorare in fabbrica perché il calcio non gli dava da mangiare, alla fine il suo sogno lo ha realizzato. Anzi, si è spinto molto più in là. Perché Jamie non si è limitato ad esordire in Premier League: l’ha addirittura vinta. Non basta: lo ha fatto trascinando una squadra di provincia che l’anno prima si era salvata a fatica. Grappoli di gol, un carisma da leader, grinta e velocità che hanno mandato in tilt praticamente tutte le difese inglesi. Se il Leicester quest’anno è entrato nella leggenda lo deve in gran parte ai suoi due uomini-simbolo. L’altro è ovviamente Claudio Ranieri, il tecnico romano di 64 anni che ha trasformato una piccola Cenerentola di provincia in una regina, realizzando così il capolavoro di tutta una carriera. Vardy quest’anno ha anche esordito in Nazionale e alla quinta presenza, contro la Germania, ha segnato una meravigliosa rete di tacco. La vita gli ha restituito con gli interessi tutto quello che in un primo tempo gli aveva preso. Ad iniziare da quei maledetti centimetri che gli erano costati il buon esito del provino allo Sheffield, seguito da un periodo di profonda frustrazione (8 mesi) in cui non toccò più un pallone. Sembra incredibile ma James crebbe di 20 centimetri in un solo mese ed allora, superata la delusione post Sheffield, la sua carriera potè finalmente avere inizio, anche se nessuno, nemmeno lui, all’epoca avrebbe scommesso un solo penny sull’esito incredibile che poi essa avrebbe avuto. Parte dalle giovanili dello Stocksbridge Park Steels, dove si mette in mostra a suon di gol e nel 2007 esordisce in prima squadra. Nel 2010 viene ingaggiato dall’Halifax Town, dove debutta nella gara casalinga contro il Buxton, segnando la rete della vittoria (2-1 il risultato finale). Trascina i suoi compagni alla conquista della Northern Premier League e chiude con 26 gol all’attivo e il titolo di miglior giocatore della stagione. L’anno dopo lascia gli Shaymen per il Fleetwod Town, che milita nella Premier Conference, la quinta lega inglese, al di sotto dei campionati professionistici. E’ subito protagonista con i suoi gol, che a fine anno saranno 31. Va a segno per sei partite consecutive, record personale, ma soprattutto conduce il suo Fleetwood alla vittoria della Premier Conference, guadagnando così la promozione in Football League, la lega dei professionisti, prima volta in assoluto nella storia del club. Vardy a questo punto ha fatto troppo rumore per non suscitare perlomeno la curiosità delle categorie superiori. Non è ancora tempo di Premier League, ma è già tempo di Leicester City. Le Foxes lo pagano un milione di sterline, cifra record per un calciatore non professionista. E’ il 2012 e il Leicester milita in Championship, la Serie B inglese. Vardy non ha tempo per la gavetta. E’ subito decisivo: mette a segno 16 gol in 37 partite, che valgono la promozione in Premier League. Jamie ce l’ha fatta, si è preso il palcoscenico che quei maledetti venti centimetri ritardatari sembravano avergli negato per sempre. Ma non è che l’inizio. La prima rete nella massima serie è degna del suo profilo: la segna contro il Manchester United, partita che le Foxes si aggiudicano per 5-3 con una rimonta pazzesca in mezz’ora. Chiude la stagione 2014-2015 con cinque gol. A nove giornate dal termine il Leicester è ultimo a -7 dalla quota salvezza e sembra spacciato, ma riesce sorprendentemente a infilare sette vittorie che gli valgono la permanenza nella massima serie. Come si dice in questi casi, un risultato che vale come uno scudetto. Passa un anno e la similitudine si trasforma in realtà. Del resto siamo in Inghilterra, terra di favole e leggende, come quella di Robin Hood. Il giustiziere che ruba ai ricchi club megalomani (United, City, Chelsea, ecc) per dare ai “poveri” tifosi di provincia ha 28 anni e si chiama Jamie Vardy, che in un’estate si trasforma da promessa un po’ tardiva a vera e propria forza della natura. Con il suo pressing forsennato e la sua velocità è perfetto per il gioco di rimessa di Ranieri. Vardy segna a raffica, trascina le Foxes partita dopo partita, si mette in mostra anche in Nazionale. E ricordate il record personale ai tempi del Fleetwood, sempre a segno per sei partite consecutive? Ebbene, in questa stagione magica, dove tutto è perfetto e incredibile, Vardy frantuma anche quello: segna in undici partite di fila, superando il precedente primato stabilito da un certo Ruud Van Nistelrooij. Jamie ha un cuore enorme, che non gli evita però qualche eccesso. Una rissa in un pub ai tempi dello Stocksbridge gli costa sei mesi di coprifuoco, con tanto di braccialetto elettronico al polso. Spesso, costretto a filare a casa entro l’orario stabilito dalla legge, non riusciva nemmeno a concludere le partite. Ma Jamie non è un delinquente: ha imparato da quell’esperienza e oggi pensa soltanto a squarciare le difese nemiche. E non si fermerà qui, poco ma sicuro.

Zlatan Ibrahimovic, dal ghetto a collezionista di titoli | Biografie Calciatori

Rosengarden è un quartiere di Malmoe, città della Svezia meridionale. C’è chi lo definisce un ghetto: in effetti la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è costituita da immigrati, provenienti dalle più disparate parti del globo. E’ una zona difficile, dove la disoccupazione giovanile raggiunge livelli vertiginosi, dove le regole spesso non esistono, dove l’unico imperativo per molti è semplicemente quello di sopravvivere. Non occorre molta fantasia per capire quanto sia forte, lì, la tentazione di sfuggire alla miseria prendendo la strada della criminalità. Droga, violenza, prostituzione, malavita e omicidi su commissione sono tutt’altro che infrequenti in quella parte della città dove le madri, per paura, preferiscono non permettere ai propri figli di giocare liberamente per strada.Zlatan Ibrahimovic è cresciuto in quel quartiere. Oggi è un campione assoluto, un giocatore completo sotto tutti i punti di vista, un collezionista di titoli (ben 13 i campionati vinti in 4 diversi Paesi), ma la sua storia parte da quel quartiere difficile e da una infanzia segnata da emarginazione e ferite. Figlio di immigrati iugoslavi (padre bosniaco e madre croata), dotato di un carattere spigoloso e incline al conflitto, il piccolo Zlatan dovette subire il divorzio dei genitori, i problemi di tossicodipendenza della sorella, le percosse della madre (“Ogni tanto mia madre perdeva il lume degli occhi e ci picchiava con il mestolo di legno e poteva accadere che il mestolo si rompesse. Allora dovevo andare a comprarne uno nuovo come se fosse stata colpa mia a farla picchiare così forte”) i costanti problemi economici che, tra l’altro, non gli garantivano un’alimentazione quotidiana. A scuola il rapporto con i professori era complicato e conflittuale (situazione che si ripeterà anche con alcuni allenatori), tanto che per un periodo pensarono anche alla possibilità di metterlo in una classe speciale per ragazzi con ritardi mentali. Un’infanzia di emarginazione- anche per via delle dimensioni del naso e della balbuzie- di drammi quotidiani e affetto carente, cui Zlatan sfuggì grazie alla determinazione del carattere e allo smisurato talento nel gioco del calcio. Una delle prime manifestazioni monstre del suo potenziale avvenne all’età di dieci anni: il suo Balkan giocava contro il Vellinge e alla fine del primo tempo il risultato era di 4-0 per gli avversari. Il mister diede un’occhiata alla panchina e decise di gettare nella mischia quel nanetto con il nasone. Il risultato finale fu di 8-5 per il Balkan. Unico marcatore della squadra, Zlatan Ibrahimovic. I dirigenti avversari sospettarono un’irregolarità sull’età e chiesero i documenti del ragazzo. In effetti avevano ragione loro: Zlatan non aveva la stessa età degli altri giocatori in campo. Aveva due anni in meno.La sua storia calcistica ha preso il via da Malmoe ed è passata per Amsterdam (Ajax, che nelle trattative per averlo ebbe la meglio sull’Arsenal di Wenger), Torino (Juventus), Milano (Inter), Barcellona (Barcellona), ancora Milano (Milan) ed infine Parigi (PSG), dove quest’anno ha conquistato il quarto campionato di fila con ben 8 giornate di anticipo. Una carriera costellata di prodezze, gol memorabili acrobazie (figlie della sua passione per il taekwondo) ma anche colpi di testa, intesi non come fondamentale calcistico ma come “stupidaggini” di natura comportamentale, che con il tempo però il campione svedese sembra aver abbandonato.Oggi Zlatan Ibrahimovic è conosciuto in tutto il mondo per le suo straordinarie doti tecnico-fisiche non meno che per lo smisurato ego. E proprio la sua personalità fiera e determinata e l’alta considerazione di sé sono stati fra i fattori che, insieme al talento e alla buona sorte (necessaria per tutte le carriere luminose), hanno spinto “Ibra” lontano dalla cosiddetta cattiva strada. Eppure era facile cadere in quella trappola. E non solo per via del suo carattere spigoloso. Nel suo libro intitolato “Io, Ibra”, l’asso svedese racconta che da giovanissimo, quando ogni giorno era costretto a percorrere a piedi 7 km per raggiungere il campo di allenamento del Malmoe, cedeva spesso alla tentazione di rubare le biciclette che incontrava lungo il tragitto. Per sua fortuna la carriera da ragazzo sregolato si è interrotta lì, o comunque si è mantenuta su livelli tollerabili (non poche le bravate ai tempi dell’Ajax), diversamente da tanti suoi coetanei e vicini di casa. La carriera calcistica, invece, è decollata presto: a far innamorare di sé gli osservatori dell’Ajax fu una prodezza in sombrero che compì con la maglia del Malmoe durante un ritiro estivo in Spagna. Da lì lo sconosciuto Zlatan da Malmoe è partito fino a diventare per tutti “Ibra”, detto anche “Ibracadabra”, uno dei calciatori più forti al mondo.“Voglio dedicare un pensiero anche a tutti i bambini, soprattutto a quelli che si sentono un po’ strani e diversi, che non vengono accettati fino in fondo, e che si fanno notare per i motivi sbagliati. Non essere uguali agli altri è ok. Continuate a credere in voi stessi, come insegna la mia storia alla fine malgrado tutto ciascuno può trovare la sua strada” (Zlatan Ibrahimovic)

L'incredibile storia di Carlos Bacca, da autista al Milan | Biografie Calciatori

Complice una situazione economica non brillante, il Milan da qualche anno sta faticando non poco nel tentativo di tornare ai fasti del passato. Uno degli elementi più luminosi della rosa attuale, uno di quelli che si possono tranquillamente definire campioni, è Carlos Bacca, centravanti colombiano classe 1986. La sua carriera è esplosa con la maglia del Siviglia, da cui il Milan l’ha acquistato la scorsa estate sborsando la bellezza di 30 milioni di euro. Con gli spagnoli Bacca ha segnato 49 reti in due anni, 14 delle quali in Europa League. In Nazionale invece ne ha messe ha segno 11 in 27 presenze.Bacca è un attaccante completo, capace di segnare in tutti i modi. Tante società europee gli fanno la corte. La sua storia parte da Barranquilla (ma la città natale è Puerto Colombia, poco distante), primo porto marittimo e fluviale della Colombia, dove a 20 anni Carlos vendeva il pesce assieme al padre Gilberto. Questo alla mattina, perché nel pomeriggio il giovane lasciava il porto per trasferirsi sugli autobus della città, dove faceva il controllore. Questa doppia vita era necessaria per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario. Ovvio, però, che di tempo per giocare a calcio ne rimaneva molto poco. A 17 anni aveva dovuto lasciare il college, dove giocava per la squadra locale, a causa delle difficoltà familiari. Il suo mito era Faustino Asprilla, che sognava di emulare un giorno a suon di gol. Ma la vita sembrava portarlo lontano dal mondo del calcio professionistico. Carlos però aveva indubbiamente talento. Un talento che gli portò i primi frutti concreti quando, giocando un torneo con la squadra della società di trasporti per cui lavorava, le brillanti prestazioni gli valsero la promozione da controllore ad autista, e di conseguenza l’accesso ad uno stipendio più cospicuo. La maggiore tranquillità economica aveva apparentemente convinto Bacca ad accantonare del tutto il sogno di diventare un calciatore professionista. Fino a quando un amico, allora fidanzato con quella che poi diventerà la signora Bacca, non lo persuase ad affrontare un provino con la squadra giovanile della Junior. L’allenatore lo scelse, e lui lo ripagò con la vittoria del campionato e con un bottino personale di 48 reti.Tuttavia l’approdo in prima squadra non sembrava possibile. Bacca andò allora all’Atletico Barranquilla e con quella maglia vinse subito il titolo di capocanniere della seconda divisione colombiana. Nonostante queste soddisfazioni, però, le difficoltà economiche rimanevano. Era l’aiuto della moglie a permettergli di pagarsi l’autobus che quotidianamente lo portava da casa al campo sportivo e viceversa. Intanto, dopo una toccata e fuga in Venezuela (al Minerven) e il ritorno al Barranquilla (stavolta nella massima serie) il tempo passava e Bacca sembrava diventato ormai troppo “vecchio” per poter ancora sperare di sfondare.Il 1 marzo 2009 Carlos debutta finalmente con la prima squadra dello Junior, che è anche il club di cui da sempre è tifoso, ed è subito protagonista con una doppietta. I suoi gol (quell’anno diventerà capocannoniere della Copa Colombia con 11 reti) e le sue prestazioni gli valgono l’attenzione di importanti club internazionali, tra cui il Boca Juniors, il Racing Club e il Lokomotiv Mosca. Ma passeranno ancora alcuni anni prima che “El Peluca” (soprannome affibbiatogli da piccolo per via della lunga chioma) varchi l’Oceano. Questo avverrà nel gennaio del 2012, quando approderà in Belgio presso il Club Bruges. Il suo impatto è devastante: in pochi mesi riesce a trascinare i nerazzurri fino ai preliminari di Champions League. L’anno dopo si laurea capocannoniere della Pro League (la massima divisione belga) e segna le sue prime reti in Europa. Carlos è ormai un attaccante di livello internazionale e nell’estate del 2013 accetta la corte del Siviglia. Con la maglia dei Rojiblancos vince l’Europa League per due anni consecutivi (2013-2014 e 2014-2015). In Nazionale il suo esordio è datato 11 agosto 2010, amichevole con la Bolivia, in cui Carlos segna la rete del provvisorio 1-0. Ai Mondiali del 2014 debutta solo ai quarti di finale con i padroni di casa del Brasile, partita che la Colombia perde 2-1. Partecipa anche alla Copa America del 2015 in Cile, dove non segna alcun gol e dove la Colombia viene eliminata ai quarti di finale dall’Argentina. Quella di Bacca, più che una carriera sportiva, ha le caratteristiche di una vera e propria favola. E come in tutte le favole, anche qui c’è una morale. La caparbietà e la fede di questo ragazzo, fede non solamente in sé stesso – dopo ogni gol alza le mani e lo sguardo al cielo ringraziando Dio, a cui è fortemente devoto- lo hanno condotto ad una meta che ad un certo punto della sua vita sembrava definitivamente sfumata, a testimonianza del fatto che non bisogna mai rinunciare ai propri sogni.

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