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Bidoni

3 clamorosi bidoni di Inter, Juventus e Milan

Il termine “bidone” è forse un po’ troppo duro, ma preciso. Durante una qualsiasi discussione a tema calcistico, se pronuncerete questa parola il vostro intorlocutore capirà perfettamente a che cosa vi riferiate: non certo al contenitore della spazzatura, ma ad un calciatore atteso come un campione e poi rivelatosi scarso. O quantomeno, non all’altezza delle aspettative.La storia del calcio italiano è piena zeppa di bidoni. Alcuni casi hanno del clamoroso. Prendete Dennis Bergkamp, attaccante olandese che l’Inter acquistò nel 1993 dall’Ajax, squadra di cui era la stella. Tre volte capocannoniere del campionato olandese, già protagonista anche con la maglia della nazionale orange, tecnica e classe sublimi. Ma un carattere ed un fisico un po’ troppo leggeri. Dennis capì presto che in Italia la pagnotta sarebbe stata più dura che in Olanda. I 15 miliardi spesi dal presidente nerazzurro Pellegrini per averlo parvero una somma esagerata già dopo la prima stagione, ma fu al termine della seconda che l’Inter decise di chiudere definitivamente con lui. Lo acquistò l’Arsenal, e nelle undici stagioni giocate con la maglia dei Gunners Dennis ritornò ai livelli dei primi tempi, conquistando tre scudetti e recitando da protagonista anche in Nazionale. Del resto, basta guardare queste immagini per capire la stranezza della sua parentesi opaca all’InterUn paio di baffoni da duro e una media gol straordinaria con la maglia del Liverpool: 140 gol in sette stagioni. La Juve sembrava aver trovato il profilo di giocatore giusto per cominciare a voltare pagina dopo l’addio di Michel Platini. Nel 1987 il presidente bianconero Giampiero Boniperti si assicura l’asso gallese Ian James Rush per la cifra considerevole (per i tempi) di 3,2 milioni di sterline, pari a 7 miliardi di lire. Il palmarès del bomber britannico è già ricchissimo: con il Liverpool, oltre ad altri trofei, aveva conquistato quattro campionati inglesi e due Coppe dei Campioni. Aveva vinto anche una Scarpa d’Oro, quella della stagione 1983-1984, conseguenza inevitabile dei suoi 47 gol stagionali. Difficile immaginare che un asso del genere potesse farsi condizionare dal trasferimento in Italia. Invece andò proprio così: Ian diventa l’ombra di sé stesso, soffre la ruvidità dei difensori italiani, non si inserisce nemmeno a livello di lingua, comincia a frequentare un po’ troppo spesso pub e birrerie. Soprattutto, è carente in zona gol. Che in teoria sarebbe dovuto essere il suo punto forte. Dopo una sola stagione la Juve lo mette alla porta. Grazie mille, è stato bello. Arrivederci. Ian torna al suo Liverpool ma non ripeterà più i numeri della sua precedente esperienza inglese. Quasi come se l’Italia lo avesse scioccato. Quando Josè Vitor Roque Junior dal Palmeiras approdò al Milan, lo accompagnava una sorta di “lettera di raccomandazione” firmata nientemeno che da Felipe Scolari, il tecnico che lo aveva svezzato, portandolo dalle giovanili alla prima squadra del Palmeiras. Scolari, che certo in Brasile non era e non è l’ultimo degli stupidi (alla guida della Nazionale verdeoro ha vinto un Mondiale e una Confederations Cup; sulle panchine di Gremio e Palmeiras ha vinto due Coppe Libertadores), avvertiva Alberto Zaccheroni, allora tecnico del Milan, di essersi assicurato «un grande campione. Gli sistemerà la difesa. E’ un giocatore che tutti gli allenatori vorrebbero avere».Macchè. I tifosi milanisti cominciano ad accorgersi ben presto della sproporzione fra le promesse e la realtà. Durante la prima stagione, quella 2000-2001, Roque colleziona 22 presenze. Sarà la migliore delle sue tre annate al Milan. Tra le varie figuracce offerte, rimarrà memorabile la prestazione contro il Paris Saint Germain in una notte di Champions che la tifoseria rossonera faticherà a dimenticare. Paradossalmente, nel 2005 alzò la Coppa dalle grandi orecchie al termine della finale di Manchester vinta dai rossoneri sulla Juventus. Roque giocò anche uno spezzone di quella partita. Non bastò a riabilitarlo. Dopo una brevissima parentesi in Inghilterra, al Leeds, tornò in Italia, al Siena. Furono appena 5 le sue presenze con la maglia dei bianconeri. Dalla Toscana si trasferì in Germania, al Bayer Leverkusen. Non andò meglio. Divenne il giocatore simbolo di una difesa colabrodo. Le soddisfazioni più grandi se le tolse in Nazionale, con la quale vinse – da titolare- il Mondiale del 2002. L’allenatore di quella selezione era – non serve neanche dirlo – Felipe Scolari. A quanto pare l’unico tecnico ad aver mai visto in lui le qualità di un campione.

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