Blog

Calciatori

3 clamorosi bidoni di Inter, Juventus e Milan

Il termine “bidone” è forse un po’ troppo duro, ma preciso. Durante una qualsiasi discussione a tema calcistico, se pronuncerete questa parola il vostro intorlocutore capirà perfettamente a che cosa vi riferiate: non certo al contenitore della spazzatura, ma ad un calciatore atteso come un campione e poi rivelatosi scarso. O quantomeno, non all’altezza delle aspettative.La storia del calcio italiano è piena zeppa di bidoni. Alcuni casi hanno del clamoroso. Prendete Dennis Bergkamp, attaccante olandese che l’Inter acquistò nel 1993 dall’Ajax, squadra di cui era la stella. Tre volte capocannoniere del campionato olandese, già protagonista anche con la maglia della nazionale orange, tecnica e classe sublimi. Ma un carattere ed un fisico un po’ troppo leggeri. Dennis capì presto che in Italia la pagnotta sarebbe stata più dura che in Olanda. I 15 miliardi spesi dal presidente nerazzurro Pellegrini per averlo parvero una somma esagerata già dopo la prima stagione, ma fu al termine della seconda che l’Inter decise di chiudere definitivamente con lui. Lo acquistò l’Arsenal, e nelle undici stagioni giocate con la maglia dei Gunners Dennis ritornò ai livelli dei primi tempi, conquistando tre scudetti e recitando da protagonista anche in Nazionale. Del resto, basta guardare queste immagini per capire la stranezza della sua parentesi opaca all’InterUn paio di baffoni da duro e una media gol straordinaria con la maglia del Liverpool: 140 gol in sette stagioni. La Juve sembrava aver trovato il profilo di giocatore giusto per cominciare a voltare pagina dopo l’addio di Michel Platini. Nel 1987 il presidente bianconero Giampiero Boniperti si assicura l’asso gallese Ian James Rush per la cifra considerevole (per i tempi) di 3,2 milioni di sterline, pari a 7 miliardi di lire. Il palmarès del bomber britannico è già ricchissimo: con il Liverpool, oltre ad altri trofei, aveva conquistato quattro campionati inglesi e due Coppe dei Campioni. Aveva vinto anche una Scarpa d’Oro, quella della stagione 1983-1984, conseguenza inevitabile dei suoi 47 gol stagionali. Difficile immaginare che un asso del genere potesse farsi condizionare dal trasferimento in Italia. Invece andò proprio così: Ian diventa l’ombra di sé stesso, soffre la ruvidità dei difensori italiani, non si inserisce nemmeno a livello di lingua, comincia a frequentare un po’ troppo spesso pub e birrerie. Soprattutto, è carente in zona gol. Che in teoria sarebbe dovuto essere il suo punto forte. Dopo una sola stagione la Juve lo mette alla porta. Grazie mille, è stato bello. Arrivederci. Ian torna al suo Liverpool ma non ripeterà più i numeri della sua precedente esperienza inglese. Quasi come se l’Italia lo avesse scioccato. Quando Josè Vitor Roque Junior dal Palmeiras approdò al Milan, lo accompagnava una sorta di “lettera di raccomandazione” firmata nientemeno che da Felipe Scolari, il tecnico che lo aveva svezzato, portandolo dalle giovanili alla prima squadra del Palmeiras. Scolari, che certo in Brasile non era e non è l’ultimo degli stupidi (alla guida della Nazionale verdeoro ha vinto un Mondiale e una Confederations Cup; sulle panchine di Gremio e Palmeiras ha vinto due Coppe Libertadores), avvertiva Alberto Zaccheroni, allora tecnico del Milan, di essersi assicurato «un grande campione. Gli sistemerà la difesa. E’ un giocatore che tutti gli allenatori vorrebbero avere».Macchè. I tifosi milanisti cominciano ad accorgersi ben presto della sproporzione fra le promesse e la realtà. Durante la prima stagione, quella 2000-2001, Roque colleziona 22 presenze. Sarà la migliore delle sue tre annate al Milan. Tra le varie figuracce offerte, rimarrà memorabile la prestazione contro il Paris Saint Germain in una notte di Champions che la tifoseria rossonera faticherà a dimenticare. Paradossalmente, nel 2005 alzò la Coppa dalle grandi orecchie al termine della finale di Manchester vinta dai rossoneri sulla Juventus. Roque giocò anche uno spezzone di quella partita. Non bastò a riabilitarlo. Dopo una brevissima parentesi in Inghilterra, al Leeds, tornò in Italia, al Siena. Furono appena 5 le sue presenze con la maglia dei bianconeri. Dalla Toscana si trasferì in Germania, al Bayer Leverkusen. Non andò meglio. Divenne il giocatore simbolo di una difesa colabrodo. Le soddisfazioni più grandi se le tolse in Nazionale, con la quale vinse – da titolare- il Mondiale del 2002. L’allenatore di quella selezione era – non serve neanche dirlo – Felipe Scolari. A quanto pare l’unico tecnico ad aver mai visto in lui le qualità di un campione.

Gigio il predestinato

Lo scorso 25 febbraio Gialunuigi Donnarumma, detto “Gigio”, ha compiuto 18 anni. E a cosa pensa un ragazzo comune quando taglia questo traguardo? Alla patente da prendere, all’automobile da acquistare, all’esame di maturità da superare, alla facoltà universitaria da scegliere.Lui no. Lui è Gigio Donnarumma, il portiere del Milan. Nel giorno del suo compleanno lui pensava a come avrebbe fermato, il giorno dopo, gli attaccanti del Sassuolo. Certo, è indubbio che anche lui abbia per la testa i crucci tipici di un ragazzo di quell’età. Ma quando giochi titolare da più di un anno in una squadra di Serie A, quando vanti già 58 presenze nella massima serie italiana, 2 in Nazionale maggiore, quando sei seguito da un manager piuttosto “bravino” come Mino Raiola, quando tutti ti etichettano come un campione, un predestinato, beh, è facile che certi pensieri passino in secondo piano.Gigio ha bruciato le tappe. Ha esordito in Serie A a 16 e 8 mesi, prima di qualunque altro fenomeno nel suo ruolo. Prima di Dino Zoff, che esordì a 19 anni. Prima di Iker Casillas e di Manuel Neuer. Prima delle leggende storiche Lev Yashin e Gordon Banks. E addirittura prima del mostro sacro Gigi Buffon, di cui molti sostengono un giorno sarà l’erede. Curiosità: in quella partita d’esordio, in cui il portierone della Juve indossava la maglia del Parma, l’avversario era proprio il Milan. Ma quella volta Gigio Donnarumma non era davanti al televisore a tifare per i rossoneri, squadra che è da sempre nel suo cuore. Il motivo? Semplice: sarebbe nato soltanto quattro anni dopo.Ha impiegato poco, Gigio, per prendersi la fiducia dell’allenatore e per strappare al Milan un contratto da professionista. Merito delle sue doti eccezionali fra i pali. In questi pochi mesi ha già messo in bacheca un trofeo: la Supercoppa italiana, vinta lo scorso dicembre a Doha contro la Juve. Il portierino del Milan (“ino” solo per l’età: è infatti alto 196 cm, per 90 chilogrammi di peso) in quella occasione è stato decisivo parando il rigore a Dybala, l’ultimo della serie bianconera. Pasalic poi trasformò il suo consegnando il trofeo alla squadra rossonera. La bravura sui calci di rigore è uno dei punti di forza di Gigio. Ne ha già parati 5 da quando gioca in Serie A, di cui uno a Mauro Icardi nel derby di ritorno della scorsa stagione. Insomma, stiamo parlando di un fenomeno, che data l’età ha ancora ampi margini di miglioramento. Sarà l’erede di Buffon? Solo il tempo potrà dirlo. Ma a giudicare da queste immagini, le possibilità sono molte.

Come si sono comportati i super acquisti della Juve nella prima metà di stagione?

In Italia la regina dello scorso mercato estivo è stata senza dubbio la Juventus, letteralmente scatenata sul fronte degli acquisti.Particolarmente clamorosi – e costosi – sono stati i colpi Gonzalo Higuaìn e Miralem Pjanic, cui si sono aggiunti gli arrivi di Dani Alves, Mehdi Benatia e Marko Pjaca. Fra i giocatori in uscita, Alvaro Morata ed un certo Paul Pogba, ritornato al Manchester United per la cifra record di 110 milioni di euro: il colpo di mercato più costoso della storia del calcio.Giunti a metà della stagione, vediamo quali degli acquisti bianconeri hanno mantenuto le aspettative e quali no.Higuaìn ha subito conquistato i nuovi tifosi con la specialità della casa: il gol. Ne ha messi a segno 10 in Campionato e 3 in Champions League. Veniva dalle 36 reti dello scorso anno (record della Serie A) ma non ha fatto pesare questo biglietto da visita, anzi, si è messo da subito a disposizione del nuovo allenatore con grande umiltà. E Max Allegri impiegato poco per dargli una maglia da titolare. I 90 milioni versati nelle casse del Napoli per avere il “Pipita” a Torino sono stati spesi bene.Pjanic invece deve ancora dimostrare tanto. La sua qualità tecnica non si discute e il bosniaco l’ha fatta vedere in più di un'occasione: ad esempio nei numerosi assist che ha dispensato ai compagni o nella battuta dei calci di punizione, specialità di cui “Mire” si è confermato maestro anche con la maglia bianconera. In totale – su punizione e su azione – ha segnato 6 gol. Ma poche volte ha recitato da protagonista, come invece la dirigenza bianconera si aspettava quando ha versato i 32 milioni necessari per farlo partire da Roma. Max Allegri ha cercato la sua posizione ideale proponendolo in vari ruoli, compreso quello di trequartista. Finora il “Piccolo Principe” non ha convinto del tutto. Deve crescere in personalità.Di Benatia già si sapeva il valore ed anche quale sarebbe stato suo il destino alla corte di Allegri: sostituto di uno fra Barzagli, Bonucci e Chiellini, i tre titolari inamovibili della difesa bianconera (quando Allegri gioca a tre). In questi mesi nessuno dei tre totem è stato esente da infortuni e così il marocchino ha trovato spazio, anche se negli ultimi tempi Allegri gli ha preferito Rugani. Ha totalizzato 7 presenze in Campionato e 3 in Champions. Non ha mai trovato il gol (tranne che in amichevole) ed è una cosa strana per uno come lui, abituato a farsi sentire anche nell’area di rigore avversaria. Forte fisicamente e molto abile nell'uno contro uno, con ogni probabilità Mehdi sarebbe titolare in quasi tutte le squadre della Serie A.Pjaca è arrivato pieno di belle promesse. Talentino croato della Dinamo Zagabria abile nel dribbling, potente e rapido, era chiaro fin dalll’inizio che Allegri intendeva inserirlo nei meccanismi della sua squadra un passo alla volta, rispettando gli equilibri e le gerarchie vigenti. Ma è stato penalizzato da un lungo infortunio. Nel poco tempo avuto a disposizione non ha mai trovato il gol, ma ha fatto intravedere un talento che merita di essere approfondito. Allegri lo aspetta. Dani Alves ha vinto “qualcosa” con le maglie di Barcellona e Siviglia: 6 campionati spagnoli, 5 Coppe di Spagna, 5 Supercoppe di Spagna, 2 Coppe Uefa, 4 Supercoppa Uefa, 3 Champions League e 3 Coppe del mondo per club, più vari riconoscimenti individuali. In Nazionale il suo palmarès recita: un Mondiale under 20, una Coppa America e 2 Confederations Cup. La Juve lo ha preso all’età di 33 anni per mettere a disposizione di Allegri il suo cospicuo bagaglio di esperienza, la sua abitudine al successo e la sua qualità tecnica. E’stato schierato titolare all’esordio in Campionato con la Fiorentina e anche al debutto in Champions con il Siviglia. In totale ha messo assieme 8 presenze in Campionato e 5 in Champions. Ha segnato un gol in entrambe le competizioni. Anche lui è stato fermato da qualche infortunio, l’ultimo dei quali – nella sfida con il Genoa - abbastanza serio: rottura del perone. Allegri ha bisogno della sua esperienza e della sua disinvoltura nei grandi palcoscenici, ma anche di un pizzico di applicazione in più nella fase difensiva.Per Juan Guillermo Cuadrado non si è trattato di un vero e proprio acquisto, ma di un ritorno. Allegri lo aveva a disposizione anche lo scorso anno, ed è stato proprio un suo gol - quello del 2-1 nel derby con il Torino allo scadere – a dare il via alla clamorosa rimonta che ha consegnato ai bianconeri il loro quinto scudetto consecutivo, difficilmente immaginabile per molti dopo le grandi difficoltà incontrate nella prima parte di stagione. Si dice che al termine della finale di Coppa Italia, per contratto la sua ultima partita con la maglia della Juve (il prestito dal Chelsea aveva la durata di un anno), Juan sia scoppiato in lacrime chiedendo ai suoi dirigenti di riscattarlo, tanto forte era il suo attaccamento alla maglia bianconera. Detto fatto: nonostante il nuovo allenatore del Chelsea fosse proprio quell’Antonio Conte che tanto lo aveva voluto ai tempi della Juve, Juan viene lasciato partire e i bianconeri si legano a lui per altri tre anni. In questa stagione, nelle occasioni in cui Allegri lo ha utilizzato (5 le presenze in Champions e 12 quelle in Campionato), il colombiano ha prodotto la solita quantità industriale di sgasate e dribbling. Ha segnato un solo gol, ma bellissimo, nella sfida di andata con il Lione. Un gol alla Cuadrado: serie di finte ubriacanti che hanno mandato in confusione il diretto marcatore e gran destro sotto la traversa. Quel gol ha consegnato alla Juve tre punti d’oro in una partita che si era fatta estremamente complicata. La concorrenza nella rosa quest’anno è tanta e Cuadrado dovrà sudare per avere una maglia da titolare. Ma i suoi dribbling e la sua vivacità sono qualcosa cui è difficile rinunciare.

La rapida metamorfosi di Edin Džeko: da bidone a miglior cannoniere europeo

Per inaugurare questa rubrica pochi giocatori ci sono sembrati più rappresentativi di Edin Džeko, centravanti bosniaco della Roma arrivato nell’estate 2015 dal Manchester City. La ragione è molto semplice: nel giro di pochi mesi da bocciato, a causa dei suoi ripetuti e in alcuni casi comici errori sottoporta, è diventato il miglior realizzatore (provvisorio) dei più importanti campionati europei, davanti a gente come Cavani, Messi e Suarez: 10 gol in 10 partite.Promosso a pieni voti, insomma, anche se la stagione è ancora lunga. Come spiegare questa metamorfosi da parte di un giocatore giunto in Italia accompagnato da grandi aspettative e presto etichettato come un bidone, anche in rapporto alla consistente cifra versata dalla Roma per averlo (15 milioni di Euro)?Partiamo da un dato fondamentale: la difesa a oltranza da parte della società, e in particolare dell’allenatore Spalletti, di fronte alla pioggia di critiche giunte non solo da parte della stampa, ma anche degli stessi tifosi della Roma. La fiducia di un mister è un fattore imprescindibile perché un calciatore possa esprimere tutto il proprio potenziale. Scherzosamente, ma nemmeno troppo, si potrebbe dire che funzioni meglio di qualsiasi sostanza dopante.Poi ci sono, ovviamente, le qualità del giocatore. Edin ha sempre fatto gol, fin dai tempi in cui giocava nella seconda divisione ceca con la maglia dell’ Ùstì nad Labem (2005), quando venne trasformato da centrocampista in attaccante. Un anno e mezzo dopo, con la maglia del Teplice (prima divisione ceca), viene nominato miglior straniero del campionato, con un bottino di 13 gol in 30 presenze. Nella stagione 2007-2008 passa al Wolfsburg. Dopo una prima stagione non esaltante, ma utile per ambientarsi nella realtà tedesca, il centravanti bosniaco fornisce un contributo determinante per la conquista del Meisterschale, il trofeo assegnato ai vincitori della Bundesliga. Realizza 26 gol e assieme al brasiliano Grafite compone quella che diventa la miglior coppia di attaccanti nella storia del club, scalzando il duo Gerd Müller-Uli Hoeness(1973). Viene inserito nella lista dei 30 giocatori candidati al Pallone d’Oro.L’anno seguente il Wolfurg non riesce a ripetersi, ma Džeko si laurea capocannoniere del campionato con 22 reti.Si guadagna così l’attenzione del ricchissimo Manchester City, che lo acquista nel gennaio 2011 per 35 milioni di euro. Nei primi mesi della nuova avventura realizza 6 reti, mentre l’anno seguente è decisamente più ispirato, e con il gol del 2-2 nei minuti finali della sfida decisiva con il QPR darà un contributo determinante per la conquista di un traguardo storico: pochi istanti dopo, infatti, il Kun Aguero riuscirà a segnare il definitivo 3-2 che consegnerà ai Citizens il titolo di campioni d’Inghilterra dopo un digiuno durato 44 anni. L’anno seguente le cose non vanno altrettanto bene e il City decide di lasciarlo partire, destinazione Roma.Arriva in un clima di grande entusiasmo. La sua prima rete in giallorosso arriva addirittura in una delle sfide più sentite, quella con la Juventus, che la Roma si aggiudica per 2-1. Ma presto il giocatore comincia ad accumulare errori pesanti in fase realizzativa, di cui il più clamoroso è senza dubbio quello con il Palermo nel febbraio 2016, quando riesce a spedire il pallone a lato a due metri scarsi di distanza dalla linea di porta, senza disturbi di alcun tipo. Le immagini immediatamente seguenti lo ritraggono con la testa appoggiata sul palo per lunghi secondi, in preda all’incredulità e allo sconforto. Non facile riprendersi ma Edin supera tutte le critiche, continua a lavorare sodo, si mette in mostra nelle amichevoli estive e fa chiaramenre intendere che la voglia di riscatto è tanta e che vale ancora la pena puntare su di lui. Nell’anno nuovo mantiene le promesse. E lo fa in maniera naturale, quasi non fosse successo nulla nei tormentati mesi precedenti. E in fondo forse è proprio così: non si può perdonare ad un giocatore un’annata sbagliata? Non tutti riescono a calarsi efficacemente in una realtà nuova al primo tentativo. Ma Edin è stato più forte delle critiche, ha dimostrato con i fatti che valeva la pena aspettarlo. Una bella lezione a chi troppo frettolosamente lo aveva etichettato come scarso.

Dalla strada alla Serie A: la storia di Antonio Cassano

18 dicembre 1999, al San Nicola di Bari si gioca Bari-Inter. I pugliesi schierano in attacco un ragazzino di 17 anni di nome Antonio Cassano. Al minuto 88 quel ragazzino segna un gol memorabile: lancio lungo dalle retrovie, controllo in corsa con il tacco, dribbling fra due difensori dell’Inter e tiro vincente a fil di palo. Il San Nicola esplode in un boato assordante. Cassano in quel momento capisce che la sua carriera sta per decollare, sottraendolo ai pericoli di una Bari Vecchia tristemente segnata dalla criminalità, dove per i ragazzini come lui, abbandonato dal padre, povero e non particolarmente brillante fra i banchi di scuola, è semplice imboccare la strada sbagliata. Lo ammette lui stesso con parole schiette, come è nel suo stile:«Se quel Bari-Inter non ci fosse stato sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di m….».«Avevo due in tutte le materie. Un risultato straordinario, ottenuto grazie a un impegno costante (...) Sono stato bocciato sei volte, tra elementari e medie»Tirare avanti con un figlio a carico per la signora Giovanna, la madre, bidella in una scuola elementare, è dura. Il ragazzo non cresce tra gli agi, ma impara la dura legge della strada«Spesso c’erano spari, macchine della polizia, ambulanze».E così, tra uno scherzo e l’altro (la sua grande passione), le partite con gli amici e la scuola, il “Pibe de Bari” mostra ai coetanei il proprio vulcanico carattere e lo smisurato talento, non di rado trasformato astutamente in denaro sonante«Giocavo tra le bancarelle, tutti mi volevano in squadra con loro e scommettevano 10, 15 o 20 mila lire sulla squadra dove giocavo io. Io mica ero trimone, mica ero scemo: volevo il grano io, dovevano darmi la percentuale»Inizia nella “ProInter”, poi passa alle giovanili del Bari. Il salto non lo turba troppo, dato che non smette di segnare a raffica e umiliare gli avversari. L’esordio in Serie A è datato 11 dicembre 1999. Cassano ha appena 17 anni e la partita è quella più infuocata che si possa immaginare per un ragazzo di Bari: il derby con il Lecce. Fantantonio non trema e si guadagna la maglia da titolare per la partita successiva, quel famoso Bari-Inter che segnerà la sua carriera. Il Bari fa suo l’incontro e Cassano prende il volo.Lo acquisterà la Roma dove verrà allenato da Fabio Capello, tecnico con cui avrà un rapporto di amore-odio. Se lo ritroverà di fronte anche nell’esperienza successiva, quella con la maglia del Real Madrid. Ma il suo carattere focoso, istintivo, e i vizi lo porteranno a litigare con il tecnico e a finire fuori rosa, cosicchè l’avventura madrilena alla fine si rivelerà un flop. Sceglie di ripartire dalla Sampdoria, una piazza tranquilla dove il suo estro viene lasciato libero di esprimersi. Esordisce anche qui in un derby fra i più bollenti d’Italia, quello con il Genoa. Gioca una finale di Coppa Italia persa ai rigori con la Lazio. Disputa i preliminari di Champions League contro il Werder Brema, che alla fine avrà la meglio nonostante il meraviglioso gol di tacco di Fantantonio nella sfida di ritorno.Il litigio con il presidente Garrone segna negativamente il finale dell’avventura blucerchiata. Dopo tre stagioni e mezza Cassano lascia la maglia della Samp per quella del Milan. L’avventura dura appena un anno e mezzo e si conclude con la clamorosa decisione di passare all’altra sponda del naviglio, all’Inter. Dopo un solo anno sceglie di ripartire qualche gradino più in basso, da Parma. Recita da protagonista ma l’avventura emiliana si conclude malissimo, con il fallimento societario. Cassano si fa svincolare e torna alla Sampdoria, squadra per cui è tesserato tuttora. Ma il suo rapporto con il presidente Massimo Ferrero, un altro tipo vulcanico come lui, si incrina fino a compromettersi in maniera insanabile. Oggi Cassano è fuori rosa e l’impressione è che la sua carriera volga ormai al tramonto.Molti sperano auspicano che la sua vicenda calcistica si concluda con la stessa maglia con cui era iniziata, quella del Bari. Ma fare previsioni è difficile con un calciatore come Cassano, l’imprevedibile per eccellenza, in campo e fuori.Il suo talento cristallino non sempre è stato supportato dalla lucidità; molti ritengono che le “cassanate”, termine coniato da Fabio Capello, abbiano fortemente limitato l’evoluzione di un giocatore in possesso di doti fuori dal comune, messe in mostra sia con le maglie dei club che con quella della Nazionale.Ma una cosa è certa: sono state proprio quelle straordinarie doti a salvarlo da una vita misera e pericolosa. Cassano è uno di quei giocatori che ha vissuto due vite, una buia e una dorata.«A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario. Me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare»Questo lo diceva a 26 anni. Oggi ne ha 34: quel debito è stato finalmente saldato.

Massimo Brigidi calciatore ufficiale del Cesena Calcio

Massimo Brigidi, fin da piccolo riconosciuto col nome di "Barrumba".Giovane dell'Accademia RiminiCalcio classe 2006, approda a soli 10 anni nelle giovanili del Cesena Calcio. Andrà a far parte della squadra dei pulcini, tutti classe 2006, al cospetto di mister Simone Confalone, ex giocatore del Cesena Calcio.Il suo trasferimento è avvenuto ad agosto 2016.Con la formazione sportiva e l'aiuto avuto dalla scuola calcio Vincenzo Bellavista di Rimini, Massimo ha la possibilità concreta di iniziare il suo percorso tecnico ed educativo in uno dei vivai più prestigiosi in zona, quello del "cavalluccio".Golee ti sostiene e ti augura il meglio per il proseguo della tua carriera calcistica, continua ad alimentare il tuo sogno.

Mino Raiola lo Special One dei procuratori

Mino Raiola lo Special One dei procuratori «Non sapevo che tipo di persona cercare, immaginavo un tizio in completo gessato con un orologio d’oro ancora più grosso del mio.» «Ma che razza di individuo era quello che entrò dopo di me?»«Jeans, T-shirt e Nike e con quella pancia enorme!»Queste le parole di Ibrahimovic alla vista del suo nuovo e futuro procuratore, quello che gli cambiò per sempre la vita da calciatore.Personaggio originale e controverso, sicuramente uno dei migliori procuratori in circolazione. Nel corso degli anni ha teso una ragnatela di contatti da paura, lanciando i suoi tentacoli su ogni operazione di mercato. Calciatore mancato, Mino a vent’anni comincia la sua escalation di ruoli all’interno del calcio olandese che lo porteranno a diventare mediatore dei più grandi calciatori, sotto le sue ali giocatori del calibro di Nedved, Balotelli, Lukaku, Pogba e il già citato Ibrahimovic.“Matto come un cavallo” lo definisce Ibra nel suo libro “Io Ibra”, dove racconta degli episodi del suo rapporto professionale con Raiola, “era uno che ci sapeva fare”.“«Credi di potermi impressionare con il tuo orologio, la tua giacca e la tua Porsche. Ma non è così. Proprio per niente. Io trovo che siano tutte cazzate» mi diceva Mino. «Vuoi diventare il migliore del mondo? Oppure quello che guadagna di più, per poter andare in giro con tutto questo genere di gingilli?» «Sì, il migliore del mondo!» «Bene! Perché se diventi il migliore del mondo, arriverà anche il resto. Ma se insegui solo il denaro, allora non otterrai niente, capisci?»«Capisco.»”La forza di Mino è quella di essere sempre sul pezzo in ogni situazione di mercato per spuntare l’offerta migliore per i propri assistiti, ma non lo fa per la gloria, tutt’altro, le regole del gioco le ha imparate subito e ne ha aggiunte delle sue, in ogni intermediazione strappa clausole milionarie alla faccia dei DS delle società sportive, raggiungendo uno stipendio simile a quello di calciatori affermati.Ora il suo pezzo più pregiato è Paul Pogba. L’obiettivo è prenotargli un volo per Manchester (lato United), dove lo aspetta Zlatan già alla corte di Mourinho da qualche giorno.L’operazione è di quelle da far rizzare i capelli, si parla infatti di cifre a 8 zeri, sarebbe il trasferimento più pagato nella storia (fino adesso) del calcio. «Non mi interessano i record, io voglio il meglio per i miei assistiti» le parole di Mino.La cosa buffa è che Pogba era di proprietà della squadra inglese ed è partito a parametro zero. Ora lo ricompra ad una cifra esorbitante, con la felicità della Juventus su cui crea una plusvalenza inimmaginabile. E in tutto questo Raiola quante volte ci guadagna? Fenomeno.Di sicuro dovrà incrementerà ulteriormente la grandezza del suo caveau.Tra milioni che svolazzano come fossero farfalle, squadre alla ricerca di fenomeni e giocatori in cerca di sistemazioni valide dove non conta più (purtroppo) l’attaccamento alla maglia, ecco che qui si fa largo il genio di Raiola, la sua maestria nel lavorarsi i direttori delle società e l’arma in più, quella di credere sempre e fortemente in quello che fa, e che lo ha fatto diventare lo Special One.

Ronaldo de Assis Moreira, detto Ronaldinho | Biografie Calciatori

Famoso per il modo spensierato di interpretare il calcio, non meno che per la raffinatezza sublime dei piedi, Ronaldinho è stato uno dei calciatori in assoluto più forti degli ultimi quindici anni, e forse anche qualcosa di più. Lo strapotere di Messi e Ronaldo è un capitolo successivo: prima il trono apparteneva al ragazzo di Porto Alègre, Pallone d’Oro nel 2005, dotato di una tecnica spaventosa, umile tanto quanto le sue origini, funambolico, fantasioso, divertente. Ronaldinho, che in realtà si chiama Ronaldo de Assis Moreira ed ha ricevuto il diminutivo per essere distinto dall’altro Ronaldo, il Fenomeno, di pochi anni più grande, ha incarnato perfettamente lo stereotipo del brasiliano che gioca per divertirsi e divertire. Sempre con il sorriso stampato sui denti, il Gaucho sembrava alieno da qualsiasi tatticismo: il suo imperativo era stupire, e ci riusciva perfettamente. Appena 19enne, dopo aver rispettato tutta la trafila delle Nazionali giovanili, vinse con il suo Brasile la Coppa America segnando, al debutto nella competizione, una straordinaria rete al Venezuela. Nel 2002 si laureò Campione del Mondo con la Nazionale verde-oro, segnando fra l’altro un gol da 35 metri, su calcio di punizione, nel quarto di finale con l’Inghilterra. La sua carriera si lega soprattutto ai colori blaugrana del Barcellona. I catalani lo acquistarono nel 2003 come risposta al passaggio di David Beckham dal Manchester United ai rivali del Real Madrid. Quell’anno il Barça chiuse secondo nella Liga. Ronaldinho mise a segno 19 reti. Nel 2004 fu nominato dalla Fifa miglior calciatore della stagione (Fifa World Player of the Year) e riuscì a segnare diverse reti anche in Champions League, quasi tutte spettacolari. Tuttavia il Barcellona fu eliminato agli ottavi di finale dagli inglesi del Chelsea. L’anno dopo vinse la Liga. Nella stagione 2005-2006 perfino i rivali storici del Real Madrid resero omaggio al suo straordinario talento: nel Clasico che si disputò l’11 novembre al Santiago Bernabeu di Madrid, il Barça si impose per 3-0 e Ronaldinho segnò un gol storico, partendo da centrocampo e saltando in agilità due avversari prima di concludere a rete in maniera vincente. Segnò anche un altro gol in quella partita. Quando venne sostituito, tutto lo stadio gli tributò una standing ovation. Prima di lui solamente un altro barcelonista aveva goduto di un privilegio del genere: Diego Armando Maradona. Quell’anno fu fecondo di titoli per lui e per il Barcellona: i catalani vinsero la Liga e la Champions League, mentre Ronaldinho ottenne il Pallone d’Oro, il secondo Fifa World Player consecutivo e la nomina di miglior giocatore della Champions League. Per rendere perfetta quella stagione mancava solo il Mondiale, che quell’estate si disputava in Germania. Tuttavia il Brasile fu eliminato ai quarti dalla Francia, e Ronaldinho chiuse la competizione con zero gol. La stagione successiva fu avara di trofei. Tra le soddisfazioni che Ronaldinho si tolse va annoverato certamente il gol in rovesciata che segnò al Camp Nou contro il Villareal, una rete che, come confidò in seguito egli stesso, sognava di realizzare fin da bambino. Fu protagonista anche nella Coppa del Mondo per club che si disputò a Yokohama, mettendosi in particolare evidenza nella semifinale vinta contro i messicani dell’Amèrica, ma il Barcellona fu poi sconfitto in finale dall’Internacional, la squadra della sua città. La stagione successiva fu segnata da vari infortuni. Nel 2008, dopo cinque anni, 147 presenze e 70 reti con la maglia del Barcellona, fu prelevato dal Milan. Il primo gol con la maglia rossonera è pesantissimo: a San Siro si gioca il derby e un colpo di testa di Ronaldinho su assist di Kakà consegna al Milan la vittoria per 1-0. Si sblocca anche in Europa, per la precisione in Coppa Uefa, Milan-Braga. Nella seconda parte di stagione, però, il tecnico Carlo Ancellotti gli concede meno spazio. Nella stagione successiva fioccano i riconoscimenti individuali, fra cui il Golden Foot 2009 (l’impronta dei suoi piedi viene impressa sulla Champions Promenade, nel Principato di Monaco) e il titolo di miglior giocatore del decennio 2000-2009 (sancito dalla rivista World Soccer), davanti a gente come Cristiano Ronaldo e Messi, cui Ronaldinho aveva passato il testimone prima di lasciare Barcellona. Vince anche la speciale classifica degli assist-men della serie A, con 17 passaggi decisivi, e condivide la palma di miglior cannoniere del Milan (15 gol) assieme a Marco Borriello. L’anno dopo il nuovo tecnico Massimiliano Allegri lo vede poco (16 presenze e un gol), e a fine stagione lascia il Milan per tornare in Brasile, al Flamengo. La sua carriera volge lentamente al tramonto, ma c’è ancora tempo per qualche titolo: con la squadra rubro-negra vince il Campionato Carioca 2012. Passa poi all’Atlético Mineiro, con cui guadagna subito l’accesso alla Coppa Libertadores (la Champions League sudamericana) classificandosi secondo in campionato. A livello personale vince la classifica degli assist-men del Brasileirão, la Bola del Prata e la Bola de Ouro, riconoscimenti sanciti dalla rivista Placar. Rinnova il contratto per un altro anno e vince il Campionato Mineiro, ma soprattutto la Coppa Libertadores, superando nella doppia finale l’Olimpia di Asunciòn. E’ la prima volta per il club mineiro, mentre Ronaldinho diventa il primo giocatore della storia ad aver vinto Mondiale, Pallone d’Oro, Coppa America, Champions League e Coppa Libertadores. La Coppa del Mondo per club non va altrettanto bene, perché i brasiliani vengono eliminati in semifinale dai marocchini del Raja Casablanca. A nulla vale la punizione del momentaneo 1-1 firmata dal Gaucho. Segna anche nella finale per il terzo posto, che i brasiliani vincono 3-2 contro il Guangzhou Evergande. Diventa il primo giocatore ad aver segnato nella Coppa del Mondo per club con due squadre diverse, e poco dopo anche il primo giocatore ad essere premiato dalla rivista El Pais come calciatore dell’anno sia in Europa (2004, 2005, 2006) che in Sudamerica (2013). Rinnova ancora il contratto e vince la Recopa Sudamericana, poi lascia il Brasile per il Messico. Al Queretaro è subito preso di mira dalla stampa razzista e, anche per la scarsa professionalità che dimostra, l’avventura messicana dura poco. Passa allora al Fluminense, ma il peso dell’età e dei vizi extra-calcistici si fa sentire. E’ in pratica la fine della sua carriera. Una carriera che, prima di essere dedicata al calcio, era iniziata giocando a beach soccer e a futsal. Da piccolo, ai tempi del barrio Vila Nova di Porto Alègre, il talento della famiglia era il fratello maggiore Roberto, promessa del calcio brasiliano, costretto ad abbandonare la carriera di calciatore per un grave infortunio. Divenne in seguito il procuratore di Dinho. Le giovanili del Gremio si accorsero del talento di Ronaldinho all’età di 13 anni, quando, durante una partita disputata con la squadra della sua scuola, mise a segno 23 reti. Quattro anni dopo (1997) firmò il suo primo contratto da professionista. Vinse il Campionato Gaucho e la Copa Sul-Minas, prima di lasciare il Brasile per l’Europa, destinazione Parigi, tappa intermedia prima dell’approdo al Barcellona.

La vera storia di Carlos Alberto Tevez | Biografie Calciatori

Dopo una carriera di vagabondaggi fra Brasile, Inghilterra e Italia, Carlos Alberto Tevez l’estate scorsa è tornato nella sua Argentina. Più precisamente a Buenos Aires, l’unico luogo al mondo che ha sempre chiamato casa. Al Boca Juniors lo aspettavano a braccia aperte: lì aveva avuto inizio la sua carriera, lì quasi sicuramente si concluderà. Un amore viscerale lo lega ai colori della squadra che fu di Diego Armando Maradona e alla sua calorosa tifoseria. Per una questione di talento, certo, ma non solo. Il modo stesso di giocare di Carlitos quella grinta figlia della sua travagliata storia infantile, ha fatto innamorare di lui i tifosi degli Xeneizes fin dai tempi del suo debutto. Il suo è un calcio travolgente, passionale, perfetto mix di rabbia, potenza e tecnica. Giocatore dotato di un dribbling formidabile, di ottime capacità balistiche e tecniche, di grande spirito di sacrificio in fase di non possesso, è soprattutto il leader in campo che tutti gli allenatori vorrebbero. Anche se non sempre il suo rapporto con gli allenatori è stato idilliaco: con Roberto Mancini, ad esempio, ai tempi del Manchester City finì fuori squadra, e nella Nazionale albiceleste è ritornato solo nel 2014 dopo tre anni di lontananza forzata originata dal cattivo rapporto con l’allora C.T. Alejandro Sabella. Carlos ha girato il mondo ma non ha mai dimenticato le sue radici. Nato a Ciudadela, nella provincia di Buenos Aires, nel 1984, venne abbandonato dalla madre biologica a soli tre mesi. A dieci mesi l’incidente di cui porterà il segno per tutta la vita: l’acqua contenuta in un bollitore gli si riversò disgraziatamente addosso. Venne portato in ospedale avvolto da una coperta di nylon che, sciogliendosi, non fece che aggravare le ustioni. Rimase in terapia intensiva per due mesi. Non volle fare mai nulla per celare quelle ferite che da allora gli segnano viso, collo e petto: per lui sono un modo per tenere sempre ben a mente il doloroso passato da cui proviene. Carlos fu affidato agli zii materni (da cui prese il cognome) e crebbe nel quartiere di Ejercito de los Andes, soprannominato Fuerte Apache dal titolo di un famoso film di Paul Newman. Una zona pericolosissima, situata alla periferia della capitale argentina, dove criminalità, droga, violenze e omicidi sono all’ordine del giorno. Per un ragazzo di lì il giorno della maturità, e della scelta obbligata fra legalità e illegalità, arriva molto presto. Carlos, scoperto giovanissimo (5 anni appena, età in cui perse anche il padre, ucciso nel corso di una sparatoria) da un osservatore dell’All Boys, fece il proprio esordio agonistico con i Los Albos, poi a tredici anni fu aggregato alle giovanili del Boca; il debutto in prima squadra avvenne il 21 ottobre del 2002, poi fu ceduto ai brasiliani del Corinthians (di cui divenne capitano, fatto più che anomalo per un argentino in Brasile) e da lì sbarcò in Europa, e più precisamente in Inghilterra, al West Ham. Apparentemente fu la fortuna di possedere un enorme talento a salvarlo dalle spire della criminalità. Ma questa è solo una parte della verità. In un’ intervista ha raccontato che ai tempi dell’All Boys formava una coppia d’attacco stupefacente con Dario Coronel, suo coetaneo nonchè migliore amico. Anche Dario aveva talento, fu scelto dal Velez Sarsfield ed era soprannominato Cabanas per la sua somiglianza con il giocatore del Boca. Ma cominciò a frequentare cattive amicizie, finì nel vortice delle rapine e della droga a soli 17 anni, circondato dalla polizia, decise di togliersi la vita. Era di Fuerte Apache come Carlos, che nella stessa intervista sostiene come a marcare la differenza fra le loro due vicende non sia stata la fortuna, ma le scelte di vita. Carlos ha preso una strada diversa da quella di Dario, che pure aveva tutto per fare carriera, perché non tollerava quel degrado che sembrava essere nel destino suo e di tutti i suoi compagni di quartiere. E quando la vita gli ha offerto un’opportunità, l’ha colta al volo. Tuttavia non ha mai rinnegato le sue origini, la sua gente. Fin dai tempi del City usava esultare dopo i gol mostrando ogni volta una maglietta con il nome di uno dei quartieri poveri della sua Buenos Aires. Un omaggio a quel mondo difficile e travagliato che, come dimostrano anche le cicatrici, il soprannome (l’Apache) e il modo stesso di interpretare il calcio, Carlos Tevez ha sempre portato con sé nel corso della sua fortunata vicenda di calciatore di successo.

Jamie Vardy da operaio a bomber | Biografie Campioni

A Hollywood stanno già preparando un film sulla sua storia. In effetti, di spunti per una pellicola di sicuro successo ce ne sono a vagonate. Jamie Vardy, il ragazzo scartato a quindici anni dallo Sheffield Wednesday, la sua squadra del cuore, perché troppo basso di statura, costretto fino a pochi anni fa a lavorare in fabbrica perché il calcio non gli dava da mangiare, alla fine il suo sogno lo ha realizzato. Anzi, si è spinto molto più in là. Perché Jamie non si è limitato ad esordire in Premier League: l’ha addirittura vinta. Non basta: lo ha fatto trascinando una squadra di provincia che l’anno prima si era salvata a fatica. Grappoli di gol, un carisma da leader, grinta e velocità che hanno mandato in tilt praticamente tutte le difese inglesi. Se il Leicester quest’anno è entrato nella leggenda lo deve in gran parte ai suoi due uomini-simbolo. L’altro è ovviamente Claudio Ranieri, il tecnico romano di 64 anni che ha trasformato una piccola Cenerentola di provincia in una regina, realizzando così il capolavoro di tutta una carriera. Vardy quest’anno ha anche esordito in Nazionale e alla quinta presenza, contro la Germania, ha segnato una meravigliosa rete di tacco. La vita gli ha restituito con gli interessi tutto quello che in un primo tempo gli aveva preso. Ad iniziare da quei maledetti centimetri che gli erano costati il buon esito del provino allo Sheffield, seguito da un periodo di profonda frustrazione (8 mesi) in cui non toccò più un pallone. Sembra incredibile ma James crebbe di 20 centimetri in un solo mese ed allora, superata la delusione post Sheffield, la sua carriera potè finalmente avere inizio, anche se nessuno, nemmeno lui, all’epoca avrebbe scommesso un solo penny sull’esito incredibile che poi essa avrebbe avuto. Parte dalle giovanili dello Stocksbridge Park Steels, dove si mette in mostra a suon di gol e nel 2007 esordisce in prima squadra. Nel 2010 viene ingaggiato dall’Halifax Town, dove debutta nella gara casalinga contro il Buxton, segnando la rete della vittoria (2-1 il risultato finale). Trascina i suoi compagni alla conquista della Northern Premier League e chiude con 26 gol all’attivo e il titolo di miglior giocatore della stagione. L’anno dopo lascia gli Shaymen per il Fleetwod Town, che milita nella Premier Conference, la quinta lega inglese, al di sotto dei campionati professionistici. E’ subito protagonista con i suoi gol, che a fine anno saranno 31. Va a segno per sei partite consecutive, record personale, ma soprattutto conduce il suo Fleetwood alla vittoria della Premier Conference, guadagnando così la promozione in Football League, la lega dei professionisti, prima volta in assoluto nella storia del club. Vardy a questo punto ha fatto troppo rumore per non suscitare perlomeno la curiosità delle categorie superiori. Non è ancora tempo di Premier League, ma è già tempo di Leicester City. Le Foxes lo pagano un milione di sterline, cifra record per un calciatore non professionista. E’ il 2012 e il Leicester milita in Championship, la Serie B inglese. Vardy non ha tempo per la gavetta. E’ subito decisivo: mette a segno 16 gol in 37 partite, che valgono la promozione in Premier League. Jamie ce l’ha fatta, si è preso il palcoscenico che quei maledetti venti centimetri ritardatari sembravano avergli negato per sempre. Ma non è che l’inizio. La prima rete nella massima serie è degna del suo profilo: la segna contro il Manchester United, partita che le Foxes si aggiudicano per 5-3 con una rimonta pazzesca in mezz’ora. Chiude la stagione 2014-2015 con cinque gol. A nove giornate dal termine il Leicester è ultimo a -7 dalla quota salvezza e sembra spacciato, ma riesce sorprendentemente a infilare sette vittorie che gli valgono la permanenza nella massima serie. Come si dice in questi casi, un risultato che vale come uno scudetto. Passa un anno e la similitudine si trasforma in realtà. Del resto siamo in Inghilterra, terra di favole e leggende, come quella di Robin Hood. Il giustiziere che ruba ai ricchi club megalomani (United, City, Chelsea, ecc) per dare ai “poveri” tifosi di provincia ha 28 anni e si chiama Jamie Vardy, che in un’estate si trasforma da promessa un po’ tardiva a vera e propria forza della natura. Con il suo pressing forsennato e la sua velocità è perfetto per il gioco di rimessa di Ranieri. Vardy segna a raffica, trascina le Foxes partita dopo partita, si mette in mostra anche in Nazionale. E ricordate il record personale ai tempi del Fleetwood, sempre a segno per sei partite consecutive? Ebbene, in questa stagione magica, dove tutto è perfetto e incredibile, Vardy frantuma anche quello: segna in undici partite di fila, superando il precedente primato stabilito da un certo Ruud Van Nistelrooij. Jamie ha un cuore enorme, che non gli evita però qualche eccesso. Una rissa in un pub ai tempi dello Stocksbridge gli costa sei mesi di coprifuoco, con tanto di braccialetto elettronico al polso. Spesso, costretto a filare a casa entro l’orario stabilito dalla legge, non riusciva nemmeno a concludere le partite. Ma Jamie non è un delinquente: ha imparato da quell’esperienza e oggi pensa soltanto a squarciare le difese nemiche. E non si fermerà qui, poco ma sicuro.

Categorie
Tags
iscrizione recupero fasedirecupero riposo autostima mentalitàvincente fairplay consiglialimentari allenamento infortuni riabilitazione caviglia calcioestero tikitaka calciospagnolo scuola professori sponsorizzazioni pubblicità ASD SSD carlosbacca youthleague championsleague golee giovanissimi sammaurese accademiariminicalciovb colonnellarimini juniorcoriano rimini novafeltriacalcio polisportivastella professionisti nazionali u15 seriea serieb legapro provinciali visnovafeltria Rimini1912 JuniorCoriano calciogiovanile Marche juniores allievi Macerata AscoliPiceno Fermo under17 risultati 4 giornata under16 berretti under15 nazionale U19 germania bundesliga emiliaromagna forlicesena ravenna marche pesarourbino giovanili interprovinciali Toscana regionali toscana primavera 5^giornata 4^giornata santarcangelo calcio gol regionale sperimentale serieA serieB 6^giornata 7^giornata calciodilettante gironeB beretti campionato juventus torino serieaeb U18 regnounito premierleague spagna real realmadrid futbol uefa napoli celtavigo premier dilettanti calciogiovanileprovinciali atalanta capone liga juveniles villareal blancos ragazzi pallone highlights partita fenomeni incredibile youth league calcioinglese tutorial calciatori scouting player porto uyl campionatoregionale sfide meglio peggio allievinazionali ManchesterCity Chelsea campionatoinglese bomber intervista esordienti icarotv Rimini #golee#giovanissimi#calcio#femminile #golee#esordienti#rivazzurra #golee#calciofemminile#ragazze Wolfsburg HertaBerlino Regionali #golee#giovanissimi#calcio #golee#esordienti#ragazzi sassuolo parma rimini1912 accademiariminicalcioVB #golee#giovanissimi#mezzano #golee#giovanissimi#mezzanoportoreno #golee#primavera#campionato#juventus#torino derby pulcini poggioberni Bundesliga Premierleague azzurra cesena juniorcalciotv social corner Poerio Parma atleticoviserba faseprimaverile Castelvetro viareggio bari ProgettoIntesaAllCamp CampionatoRegionaleEmiliaRomagna fiorentina castellarano cup club brugge Formigine Paradigna viareggiocup juniorgambettola memorial crescentini Juventus torneo memorialbellavista Golee Pesaro Torneo mezzano Islanda Inghilterra Europei progresso calciofemminile italia calciomalato calciopoli #golee#calcio#seriea#calendarioignorante#calcioeignoranza #golee#calcio#citycampgranata#giovanicampioni#almajuventusfano Neymar Barcellona #golee#calcio#supercoppa#tifosi #golee#calcio#primavera#primasquadra #golee#giovani#promesse#fallimento#calcio #golee#qualificazionimondiali#horro#papere#calcio #golee#calcio#operai#campioni#lavoro #golee#calcio#championsleague#barcellona#juventus#messi#dybala riminiunited
Carica altre news

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter

Inserire un indirizzo e-mail valido

Top